Sedici camion carichi di rifiuti ogni giorno feriale, un campione prelevato ogni tre mezzi dalla stessa cementeria e un’agenzia ambientale che non ha competenza su ciò che entra nei forni: è il quadro di Gubbio, che emerge dal dossier “Impiego di rifiuti e materiali derivati nella produzione del cemento: criticità ambientali, regolamentari e sanitarie”, trasmesso dalla Provincia di Lecce e dai Comuni di Melpignano e di Monselice alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
La metamorfosi del cementificio. Il documento, predisposto dal Comitato popolare “Lasciateci respirare”, da “E Noi?” – Comitato di cittadini, da NOCSS Gubbio, dal Coordinamento Civico Ambiente e Salute e da ISDE Italia, l’Associazione dei medici per l’ambiente, denuncia che i cementifici italiani si sono trasformati, di fatto, in grandi impianti di smaltimento, senza che controlli e valutazioni abbiano tenuto il passo. Il documento è di parte e la versione dei gestori degli impianti non è stata raccolta per questo articolo.
Un decreto che cambia le regole. La trasmissione arriva a pochi giorni dal Consiglio dei ministri del 2 ottobre, che ha approvato il decreto Ambiente-bis. Secondo i comitati, il provvedimento esclude da qualsiasi Valutazione di impatto ambientale il co-incenerimento del combustibile solido secondario (Css) nelle cementerie, e semplifica gli iter autorizzativi: le autorizzazioni non potrebbero più essere bloccate se non per mancata idoneità tecnica del progetto, scavalcando le istanze di istituzioni locali, comitati di cittadini e imprese. Una scelta che, sostengono, è in contrasto con il principio di precauzione.
Bruciare la plastica invece di riciclarla. Il dossier denuncia possibili effetti distorsivi sul mercato del riciclo. Secondo il Rapporto Corepla 2025, citato dai firmatari, vengono già inviate ai cementifici circa 350.000 tonnellate l’anno di plastiche provenienti dalla raccolta differenziata, a un costo per i cittadini di 250 euro a tonnellata. “Richiedere ai cittadini continui sforzi per perseguire la raccolta differenziata spinta, favorendo d’altro canto il co-incenerimento, appare un controsenso difficilmente spiegabile”, scrivono i comitati, ricordando che riciclare non è più conveniente e che molti impianti sono stati fermati.
Il conto della CO₂. A non convincere è anche l’argomento della decarbonizzazione. Bruciare plastica, sostiene il dossier, comporta un aumento complessivo della CO₂, per l’inefficienza del processo e perché la plastica incenerita dovrà essere sostituita con materia nuova. Per 100mila tonnellate di Css il documento calcola un vantaggio di circa 19,8 milioni di euro tra ricavi da smaltimento e pet coke risparmiato, l’equivalente di circa 250mila certificati ETS al prezzo ipotizzato di 80 euro: una cifra che potrebbe compensare l’acquisto delle quote senza ridurre davvero le emissioni.
Galatina, un rischio “non accettabile”. È il caso più documentato. Nello stabilimento Colacem, autorizzato per 408.800 tonnellate annue di rifiuti, ARPA Puglia ha indicato nel tavolo tecnico del 28 gennaio 2026 che nello scenario di emissioni autorizzate “il rischio non è accettabile per Arsenico e Cromo VI”, mentre la ASL di Lecce, a maggio, ha subordinato il parere sanitario a vincoli che vanno dal monitoraggio ambientale permanente alla sorveglianza epidemiologica. Lo studio PROTOS segnala un rischio di tumore polmonare superiore del 71% nella classe più esposta e l’Istituto superiore di sanità, nel 2024, ha individuato un cluster di 16 comuni con 355 casi osservati contro 285 attesi. Nel dossier pesa anche il contributo di Agostino Di Ciaula, presidente del Comitato scientifico di ISDE Italia, sugli effetti sanitari di un’industria che spesso sorge in aree densamente abitate.
Gubbio e Monselice. A Gubbio i due cementifici sono autorizzati dal 2022 a utilizzare fino a 100mila tonnellate di Css, 42mila quelle risultanti nel 2024. “Si tratta di un’autorizzazione rilasciata in base alla normativa nazionale che ne ha semplificato fortemente l’utilizzo”, ha dichiarato l’assessore regionale all’Ambiente Thomas De Luca. Il 9 novembre il Consiglio di Stato esaminerà il ricorso dei comitati contro le sentenze del Tar Umbria. A Monselice, nel perimetro del Parco regionale dei Colli Euganei, area Natura 2000 e MAB Unesco, il dossier segnala l’assenza, nell’autorizzazione e nello studio di impatto, di una valutazione del rischio sui materiali derivati da scorie di fonderia e di incenerimento aggiunti alla marna, e livelli elevati di diossine e policlorobifenili nelle matrici ambientali vicine all’impianto.
Una regola per il cemento, una scelta per chi compra. Al centro delle richieste c’è il regolamento REACH, da cui clinker e cemento sono oggi esenti sul presupposto che non vengano modificati chimicamente. Il dossier propone di includere nella valutazione anche i prodotti ottenuti con rifiuti industriali e Css, con un’analisi del rischio che comprenda metalli, microinquinanti organici e PFAS, e di distinguerli sul mercato dal cemento di origine naturale, perché il consumatore possa scegliere.
Richiesta la pubblicazione delle analisi sui rifiuti in ingresso. Sul piano dei controlli, i comitati chiedono la pubblicazione delle analisi sui rifiuti in ingresso e sui lotti di clinker e cemento, e una verifica di conformità su tracciabilità, pianificazione dei rifiuti speciali, VIA e uso dei materiali End of Waste. La trasmissione alla Commissione parlamentare è, per i firmatari, “un primo passo istituzionale” in vista dell’approfondimento nelle sedi europee. La rimozione dei vincoli alla convergenza tra industria dei rifiuti e industria del cemento, avvertono, ha conseguenze sulla sanità pubblica, sul mercato della plastica e sul riscaldamento globale.
fonte La Repubblica articolo di Giorgia Cacciolatti


