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Ecomafie, il business delle ecoballe tra Calabria e Puglia: quando il rifiuto diventa profitto criminale

Un traffico di rifiuti capace, nelle intenzioni ricostruite dagli investigatori, di generare guadagni per milioni di euro, trasformando il territorio calabrese nel terminale di un sistema criminale fondato sul falso smaltimento e sull’abbandono delle ecoballe.

È il quadro che emerge dall’inchiesta giornalistica firmata da Pablo Petrasso, pubblicata da LaC News24 il 6 ottobre 2026, che ricostruisce, sulla base degli atti dell’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, i rapporti tra soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata pugliese e ambienti della ’ndrangheta calabrese.

Secondo quanto riportato dal giornalista, il punto d’incontro tra i due gruppi sarebbe stato una masseria in contrada San Fili, a Melicucco, dove il 5 ottobre 2022 due esponenti del gruppo Agosta-Calvelli di Pulsano, nel Tarantino, avrebbero incontrato Carmelo Costa. L’obiettivo, secondo la ricostruzione della Dda citata da LaC News24, sarebbe stato individuare nella Piana di Gioia Tauro un grande immobile industriale nel quale depositare ingenti quantità di ecoballe, soprattutto plastica e cartone.

Il meccanismo del falso smaltimento

L’elemento di maggiore interesse sotto il profilo degli ecoreati riguarda il sistema economico che avrebbe dovuto sostenere l’intera operazione.

Le aziende produttrici avrebbero affidato le ecoballe a operatori incaricati formalmente di trasportarle verso un impianto autorizzato a Viterbo. Secondo la ricostruzione pubblicata da Petrasso, l’impianto avrebbe dovuto certificare documentalmente l’avvenuto conferimento, mentre nella realtà i materiali sarebbero stati scaricati in capannoni situati nella Piana di Gioia Tauro.

Il vantaggio economico sarebbe stato enorme: invece di sostenere il costo reale del trattamento, il gruppo avrebbe potuto trattenere quasi interamente le somme corrisposte per ogni tonnellata di rifiuti. Nell’articolo si parla di compensi nell’ordine di circa 200-230 euro per tonnellata, rispetto a margini molto inferiori conseguibili attraverso una gestione lecita. Il valore complessivo dell’operazione, secondo le conversazioni intercettate riportate nell’inchiesta, avrebbe potuto raggiungere 5 milioni di euro.

Il costo ambientale trasferito sulla collettività

È proprio questo uno degli aspetti che il Centro Studi Ecoreati ritiene più significativo.

Nel modello descritto dagli investigatori, infatti, il profitto criminale non deriverebbe soltanto dal mancato trattamento dei rifiuti. Il sistema prevederebbe una seconda fase: riempire i capannoni con centinaia di mezzi carichi di ecoballe, utilizzare una società destinata successivamente al fallimento e lasciare infine i materiali sul territorio.

In questo modo, ai guadagni privati derivanti dal traffico illecito corrisponderebbe un costo pubblico rappresentato dalla messa in sicurezza, dalla rimozione dei rifiuti e dalla bonifica delle aree interessate.

È uno schema particolarmente pericoloso perché realizza una vera e propria socializzazione del danno ambientale: i profitti restano nelle mani dei soggetti coinvolti nell’attività illecita, mentre gli effetti economici e ambientali vengono trasferiti agli enti territoriali e, quindi, alla collettività.

Capannoni e aree industriali come infrastrutture dell’ecomafia

Dall’inchiesta di LaC News24 emerge inoltre un altro elemento rilevante: la ricerca di immobili non sarebbe stata casuale.

Secondo quanto riportato da Petrasso, l’interesse si sarebbe inizialmente concentrato sull’ex stabilimento di imbottigliamento “Fons Nova Felix” di Taurianova, composto da circa 5.000 metri quadrati coperti e 18.000 metri quadrati di piazzale. Il canone di locazione richiesto, pari a circa 30mila euro mensili, sarebbe però stato considerato troppo elevato.

La successiva ricerca di altri capannoni nella zona di Gioia Tauro mostra, nella ricostruzione investigativa, l’importanza attribuita alle caratteristiche logistiche dei luoghi. Le aree industriali, caratterizzate dal normale transito di mezzi pesanti, avrebbero consentito infatti di movimentare camion carichi di rifiuti con minori possibilità di attirare l’attenzione.

Il tema merita particolare attenzione anche sotto il profilo della prevenzione. Capannoni dismessi, grandi superfici industriali inutilizzate e immobili appartenenti a società in difficoltà possono diventare infrastrutture funzionali ai traffici illeciti di rifiuti se non esistono adeguati sistemi di controllo sui contratti, sulle autorizzazioni ambientali, sui flussi dei mezzi e sulle quantità effettivamente conferite agli impianti.

La convergenza tra organizzazioni criminali

L’indagine raccontata da LaC News24 evidenzia inoltre la capacità delle organizzazioni criminali di sviluppare relazioni operative oltre i confini regionali.

Il 12 ottobre 2022, secondo la ricostruzione riportata nell’articolo, alcuni degli interlocutori calabresi si sarebbero recati in Puglia per proseguire la discussione sull’affare. Nelle conversazioni intercettate emergerebbero anche tentativi di utilizzare strumenti di comunicazione criptata e discussioni sulle modalità con cui gestire i proventi dell’operazione.

Si delinea così uno degli aspetti caratteristici delle moderne ecomafie: reti criminali capaci di mettere in comune territori, relazioni, società, trasportatori e documentazione amministrativa per sfruttare economicamente il ciclo dei rifiuti.

Non si tratta soltanto di “abbandonare rifiuti”. Per realizzare traffici di grandi dimensioni servono logistica, immobili, imprese, documenti, trasporto su gomma, conoscenza delle procedure amministrative e contatti in territori differenti.

Il rifiuto come merce criminale

La vicenda descritta da Pablo Petrasso conferma un principio sul quale il Centro Studi Ecoreati richiama da tempo l’attenzione: nel mercato illegale, il rifiuto non rappresenta necessariamente un costo, ma può trasformarsi in una merce estremamente redditizia.

Ogni passaggio evitato — trattamento, recupero, smaltimento, trasporto autorizzato — può diventare un margine di profitto.

Quando al sistema vengono aggiunti documenti falsi o attestazioni non corrispondenti alla reale destinazione dei materiali, il rifiuto può apparentemente scomparire dal circuito amministrativo continuando invece a esistere materialmente in un deposito, in un capannone o in un’area abbandonata.

Per questo motivo il contrasto agli ecoreati non può limitarsi alla scoperta delle discariche abusive. Occorre intervenire prima, attraverso la tracciabilità effettiva dei flussi, il controllo incrociato tra quantitativi prodotti, trasportati e realmente trattati, la verifica degli impianti di destinazione e il monitoraggio dei grandi immobili utilizzati per lo stoccaggio.

Rafforzare prevenzione e controlli

L’inchiesta pubblicata da LaC News24 rappresenta quindi un ulteriore elemento di riflessione sulla necessità di presidiare l’intera filiera.

Una politica efficace di prevenzione dovrebbe concentrarsi sulla tracciabilità dei rifiuti, sull’individuazione tempestiva di anomalie nei flussi, sulla verifica delle società con vita operativa breve o strutture finanziarie incompatibili con i volumi gestiti e sul controllo degli immobili industriali utilizzati come depositi temporanei.

La criminalità ambientale prospera soprattutto quando riesce a creare una distanza tra ciò che risulta dai documenti e ciò che avviene realmente sul territorio.

Ridurre quella distanza significa sottrarre spazio economico alle ecomafie.

Foto da Lac News24

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