I modelli di business adottati dalle imprese europee non indicano ancora una svolta circolare. L’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) non la manda a dire e in un rapporto appena pubblicato lancia l’allarme e traccia la rotta. Quello che è stato fatto finora dalle imprese in termini di circolarità riguarda soprattutto la fase di gestione dei rifiuti, mentre nella parte upstream della produzione e distribuzione dei prodotti i casi di approccio circolare sono sporadici, locali e isolati. Non risultano evidente ai ricercatori infatti fenomeni di adozione sistematica, di ampia scala, di comportamenti circolari delle imprese.
L’industria circolare appare ancora di dimensioni piccole in Europa: solo l’1,8% del prodotto interno lordo continentale, il 2,2% degli occupati, anche se sembra attrarre quote significative di “investimenti sostenibili”, circa 18 miliardi di euro l’anno, il 2,3% del totale degli investimenti green. Nonostante gli sforzi regolatori e di policy l’economia circolare è una cosa di nicchia, e si registra una persistenza di barriere “tecniche, culturali, economiche e politiche” che la frenano.
La ricerca svolta dall’European Topic Centre on Circular Economy and Resource Use quest’anno analizza nel dettaglio il tema ed individua quattro modelli di business legati alla circolarità: durabilità dei prodotti, modelli di accesso/servizio, riuso e remanufacturing, riciclo e riutilizzo dei materiali. A che punto siamo in ciascuno di questi modelli?
Sulla durabilità, nonostante le norme europee sull’Ecodesign e i prodotti sostenibili (2024) e sul diritto alla riparazione (2024), lo sviluppo di attività economiche in questa direzione sembra ancora ferma con un costo rilevante per l’economia europea (12 miliardi l’anno di spesa per sostituzione in più rispetto a quanto costerebbe riparare) e per l’ambiente (261 milioni di tonnellate di CO2 che potrebbero essere evitate).
Qualche passo avanti è stato fatto nel settore dei “prodotti-come-servizio”, modelli di business che puntano a sostituire l’acquisto di beni durevoli con prestazioni a richiesta e condivise. Le aziende che offrono questo tipo di servizi sono aumentate del 13% fra il 2021 e il 2023, soprattutto nel settore della mobilità e della sanità, con fatturati in aumento del 26%. Ma l’incidenza rimane ancora molto bassa.
In tema di riuso e “remanifacturing” si registra una forte crescita del mercato dell’usato, specie grazie alle nuove piattaforme di scambio e compravendita, soprattutto nel settore dell’abbigliamento e dell’arredamento. Poche le informazioni sul “remanufactoring”, che sembra avere prospettive nel settore dell’automobile, dell’aerospazio, dei telefonini e delle apparecchiature mediche.
Bene invece il settore della gestione sostenibile dei rifiuti, con buoni tassi di riciclo (circa il 50%), ma ancora bassi tassi di circolarità (12,2%), dovuti spesso ai bassi prezzi delle materie vergini.
Come far crescere i modelli di business circolari? La ricerca indica tre forme di “scaling”: scaling out (espansione geografica e di mercato), scaling up (cambiamenti strutturali e normativi), scaling deep (trasformazioni culturali e comportamentali). Interessante la parte del Rapporto che descrive alcune iniziative di successo nei vari Paesi europei.
Ma per farlo servono inoltre condizioni abilitanti come politiche adeguate, innovazione tecnologica e sociale, finanza e collaborazione lungo la filiera. Tutte cose di cui dovrà occuparsi il “Circular Economy Act” in arrivo a settembre.
Insomma il messaggio è chiaro: per far decollare l’economia circolare non basta dire che è una buona cosa, occorre promuovere la crescita industriale delle imprese. Cosa non facile.
Fonte: Green Report Andrea Sbandati


