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Brokers of shame – the new tsunami of american E-waste exports to Asia

I mediatori della vergogna – Il nuovo tsunami delle esportazioni americane di rifiuti elettronici verso l’Asia è il nuovo rapporto del Basel Action Network – Rete di Azione di Basilea, BAN che contrasta il traffico illecito di materiali elettronici in Asia.

  • Il ritorno di un problema che credevamo risolto: dopo il celebre rapporto del 2002 intitolato “Exporting Harm: The High-Tech Trashing of Asia” (Esportazione di danno: il saccheggio high-tech dell’Asia), che aveva denunciato lo scarico di e-waste (electronic waste – rifiuti elettronici) americani in Cina, il mondo pensava che il fenomeno fosse finito con il divieto cinese del 2018 (National Sword). Invece, il nuovo rapporto rivela che il “tsunami” è ricominciato: gli Stati Uniti – unico paese sviluppato non ratificato alla Convenzione di Basilea (Basel Convention, trattato internazionale sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi) – stanno esportando enormi quantità di rifiuti elettronici verso Malesia, Indonesia, Thailandia e altri paesi in via di sviluppo, dove vengono smaltiti in condizioni ambientali e sanitarie disastrose.

  • I “Brokers of Shame” (Mediatori della vergogna): al centro dell’indagine ci sono dieci aziende statunitensi definite dal BAN “Brokers of Shame”. Tutte con sede principale in California (soprattutto nella zona di Chino), ma anche in Texas, Illinois, New Jersey e Georgia. I nomi sono: Attan Recycling, Corporate eWaste Solutions (CEWS – Corporate e-Waste Solutions), Creative Metals Group, EDM Recycling, First America Metal, GEM Iron and Metal, Greenland Resource, IQA Metals, PPM Recycling e Semsotai. Queste società si presentano come “riciclatori responsabili” e otto di loro sono certificate R2V3 (uno standard volontario di certificazione per il riciclo responsabile di rifiuti elettronici), ma in realtà fungono da intermediari che raccolgono e-waste e lo inviano, spesso con dichiarazioni doganali false, verso discariche informali in Asia.

  • La scala del fenomeno è enorme: solo tra gennaio 2023 e febbraio 2025 (26 mesi) questi dieci broker hanno esportato oltre 10.000 container da 40 piedi (valore dichiarato superiore a 1 miliardo di USD). Il BAN stima che l’intero settore negli USA stia esportando circa 32.947 tonnellate di e-waste al mese (1.949 container/mese, valore circa 204 milioni di USD/mese), con la Malesia come principale destinazione (circa il 76% delle spedizioni identificate). Questo flusso rappresenta fino al 6% del totale delle esportazioni USA verso la Malesia.

  • Le prove schiaccianti raccolte dal BAN:
    • Dati commerciali da Bills of Lading (BOLs) (Bolle di carico) ottenuti tramite Material Research L3C.
    • Tracciamento GPS inserito dentro computer, stampanti e monitor non funzionanti immessi nel flusso dei rifiuti.
    • Osservazioni sul campo, foto e droni davanti ai magazzini dei broker (si vedono container pieni di e-waste).
    • Segnalazioni di governi importatori che hanno sequestrato i container e confermato il contenuto illegale. Quasi tutte le spedizioni vengono dichiarate con codici HS (Harmonized System – Sistema Armonizzato di classificazione delle merci) come “metalli greggi” (ferro, alluminio, rame) o “apparecchiature elettroniche nuove”, mai come rifiuti elettronici: una chiara misclassificazione.

  • Perché è (molto probabilmente) illegale:
    • La Convenzione di Basilea (ratificata da 190 paesi) vieta l’esportazione di rifiuti pericolosi dagli USA (non-Parte) verso Paesi Parte senza accordi specifici.
    • Malesia, Thailandia e Indonesia hanno leggi nazionali che proibiscono o restringono fortemente l’importazione di e-waste.
    • Otto dei dieci broker sono certificati R2V3, ma la certificazione vieta violazioni delle leggi del paese importatore.
    • In California le stesse pratiche violano la Electronic Waste Recycling Act (EWRA) (Legge sul Riciclo dei Rifiuti Elettronici della California del 2003) e le norme sul Universal Waste (rifiuti universali).

  • Il danno reale sulle persone e sull’ambiente: i rifiuti arrivano in impianti informali dove vengono bruciati all’aperto, smontati a mano o trattati con acidi senza protezioni. Operai (spesso migranti, donne e bambini) sono esposti a piombo, cadmio, mercurio, diossine e ritardanti di fiamma. Il rapporto ricorda il documento dell’WHO (World Health Organization – Organizzazione Mondiale della Sanità) del 2021 intitolato “Children and Digital Dumpsites” (Bambini e discariche digitali) e le immagini del 2002: gli stessi problemi di allora si sono solo spostati in nuovi paesi.

  • Il meccanismo che permette tutto questo:
    • Grandi aziende (Best Buy, Iron Mountain, Dipartimento della Difesa USA, ecc.) e produttori consegnano i rifiuti a “riciclatori certificati”.
    • Questi ultimi li passano ai broker senza doverne rispondere (la certificazione R2 permette due diligence minima – dovuta diligenza – se il broker è anch’esso certificato R2).
    • I broker guadagnano esportando a basso costo invece di riciclare davvero negli USA.
    • Il risultato è un diffuso greenwashing (ecologismo di facciata) e un esternalizzazione dell’inquinamento tramite ITAD (Information Technology Asset Disposition – Smaltimento di beni IT).

  • Conclusione del rapporto: non si tratta di pochi “cattivi attori”, ma di un sistema che si è riorganizzato dopo la chiusura della Cina. Il BAN definisce questo flusso “la nuova ondata di dumping tossico” e lancia un appello urgente a: maggiore trasparenza, rafforzamento delle certificazioni (soprattutto R2), applicazione delle leggi esistenti, ratifica USA della Convenzione di Basilea e responsabilità delle grandi imprese a monte della filiera.

In sintesi, il rapporto dimostra con dati, foto, tracciamenti GPS e analisi legislative che il dramma dell’e-waste esportato, che pensavamo chiuso, è tornato più grande di prima, reso possibile da broker americani che mascherano il traffico come “riciclo” e da un’industria che troppo spesso chiude un occhio per risparmiare.

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