Il professor Sedat Gündogdu dell’Università di Cukurova analizza l’aumento delle importazioni, le pratiche di falsificazione dei documenti e gli impatti ambientali nelle principali aree turche colpite dai flussi di rifiuti
Il traffico internazionale di rifiuti continua a rappresentare una delle criticità ambientali più controverse tra Europa e Turchia. Negli ultimi anni il paese è diventato una delle principali destinazioni dei rifiuti plastici provenienti dall’Unione europea, con crescenti preoccupazioni per gli impatti ambientali e sanitari. Ne parliamo con Sedat Gündogdu dell’Università di Cukurova e studioso dei flussi globali di rifiuti, che nel 2023 ha partecipato al Forum internazionale sui rifiuti Polieco portando l’attenzione sulle dinamiche di questo fenomeno e sulle sue conseguenze nei territori più colpiti.
Dal momento della sua partecipazione al Forum Polieco, come è cambiata la situazione del traffico di rifiuti dall’Europa alla Turchia? Si stanno registrando differenze nelle quantità, nei metodi o nei tipi di rifiuti coinvolti?
Da allora il numero delle importazioni è aumentato. I metodi, tuttavia, restano sostanzialmente gli stessi. Secondo IMPEL, sul lato europeo i funzionari doganali hanno individuato 971 casi illegali intercettati dagli ispettori. La maggior parte riguarda imballaggi non riciclabili e plastiche domestiche contaminate. Si stima che questo numero rappresenti solo circa il 10% del totale delle operazioni illegali.
A suo avviso oggi prevalgono spedizioni apertamente illegali oppure sono maggiormente diffuse forme di illecito più sofisticate?
La pratica più diffusa resta quella della classificazione errata e della documentazione falsa. Più che spedizioni apertamente illegali, continuano a prevalere forme di irregolarità più sofisticate.
Esistono dati recenti che aiutino a chiarire il ruolo dell’Italia nei flussi di rifiuti verso la Turchia, per quanto riguarda la plastica?
Per quanto riguarda la plastica, l’export di rifiuti plastici dall’Italia verso la Turchia è variabile ma continua. Secondo gli ultimi dati disponibili, il volume si aggira intorno alle 2.000 tonnellate al mese.

Si è appena conclusa un’indagine in Sardegna su spedizioni di rifiuti ferrosi inviate in Turchia. Che cosa le suggerisce questo caso? Si tratta di un episodio isolato o indica un meccanismo più strutturato?
Non ho informazioni specifiche sul commercio dei rifiuti metallici. Tuttavia, in generale, questo caso suggerisce che le pratiche illegali nel regime delle spedizioni di rifiuti non sono episodi isolati, ma fanno parte di un problema più strutturato.
Quali aree della Turchia sono attualmente più colpite dagli impatti ambientali legati alle importazioni di rifiuti e quali conseguenze si osservano sul territorio?
Le aree più colpite sono Istanbul, Adana, Kocaeli, Sakarya e Manisa. In queste province operano centinaia di impianti illegali di riciclo dei rifiuti. Spesso i rifiuti vengono bruciati e le acque reflue tossiche vengono scaricate nei corsi d’acqua utilizzati per l’irrigazione agricola. Questo provoca gravi forme di contaminazione ambientale e rischi per le comunità locali.

Dal punto di vista scientifico, quali sono i principali rischi ambientali e sanitari associati a questi flussi di rifiuti?
Nel caso dei rifiuti plastici, le criticità maggiori sono rappresentate dalle microplastiche e dalle sostanze chimiche generate durante il processo di riciclo. Le operazioni di triturazione e fusione possono produrre centinaia di composti chimici diversi, e molti impianti non dispongono di sistemi di filtrazione adeguati a causa dei costi. Di conseguenza rilasciano nell’ambiente sostanze pericolose e micro- e nanoplastiche.
Le recenti modifiche alle normative europee sulle spedizioni di rifiuti stanno producendo effetti concreti oppure è ancora troppo presto per valutarne l’impatto?
Per quanto riguarda la Turchia, non credo che gli effetti siano ancora visibili. È probabilmente troppo presto per valutarne l’impatto. La Turchia resta un paese idoneo per l’esportazione di rifiuti plastici dall’Unione europea e molti aspetti della normativa non sono ancora del tutto chiari nella loro applicazione pratica.
Concretamente, cosa dovrebbero fare Italia e Turchia per migliorare la tracciabilità e prevenire il traffico illecito?
La prima azione dovrebbe essere che tutti i paesi gestiscano i propri rifiuti senza esportarli all’estero. Inoltre la procedura di Prior Informed Consent (PIC) dovrebbe diventare obbligatoria per tutti i tipi di rifiuti e dovrebbe essere verificata da organismi indipendenti e affidabili. I controlli sulla contaminazione dovrebbero includere le sostanze chimiche regolamentate dalle Convenzioni di Basilea, Rotterdam e Stoccolma. Gli esportatori dovrebbero inoltre valutare anche il potenziale rilascio di microplastiche, poiché sia le sostanze chimiche sia le microplastiche possono contaminare gravemente l’ambiente dei paesi destinatari.

Quali scenari prevede per i prossimi anni: una riduzione del fenomeno o semplicemente uno spostamento verso nuove rotte e nuove forme di elusione?
A mio avviso l’unica soluzione realmente efficace sarebbe un divieto totale. In caso contrario, il fenomeno rischia semplicemente di spostarsi verso nuove rotte e nuove modalità di aggiramento delle regole.

