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Roberto Pennisi: Magistrato Antimafia in prima linea contro i crimini ambientali

E’ venuto a mancare Roberto Pennisi, uno dei più importanti magistrati italiani nella lotta alla mafia, e sempre in prima linea contro i crimini ambientali. Una vita dedicata allo Stato, al Diritto, alla Giustizia.

Roberto Pennisi è stata una figura di spicco nel panorama giudiziario italiano, con una carriera ultradecennale dedicata alla lotta contro la criminalità organizzata, in particolare la ‘ndrangheta, e ai crimini ambientali ad essa collegati. Nato in Sicilia, Pennisi è entrato in magistratura nei primi anni ’80, periodo segnato da intensa attività mafiosa nel Sud Italia. I suoi primi anni sono stati caratterizzati da un lavoro in prima linea a Reggio Calabria, dove ha affrontato direttamente la ‘ndrangheta.

Uno dei suoi risultati più notevoli è stato guidare il processo “Tirreno”, diretto contro i potenti clan Piromalli-Molè operanti nella Piana di Gioia Tauro. Questa operazione ha smantellato estese reti coinvolte in sequestri di persona, traffico di stupefacenti e alleanze politiche corrotte, culminando in oltre 80 condanne definitive all’ergastolo – un punto di riferimento nella giurisprudenza antimafia che ha evidenziato la tenacia e l’acume strategico di Pennisi.

Passando alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNA) come sostituto procuratore e successivamente consigliere, Pennisi ha ampliato la sua expertise per includere le ecomafie, un termine che ha criticato per la potenziale semplificazione eccessiva delle dinamiche dei crimini ambientali. Ha sostenuto che questi reati spesso trascendono il coinvolgimento mafioso tradizionale, manifestandosi come “crimini dalla faccia pulita” perpetrati da imprenditori apparentemente rispettabili che privilegiano il profitto rispetto alla conformità ambientale.

Nelle sue relazioni annuali della DNA, come quella del 2013, Pennisi ha sezionato le modalità evolutive del traffico di rifiuti, inclusa la declassificazione di materiali pericolosi, schemi di documenti falsificati (“girobolla”), scarichi illegali diretti ed esportazioni transnazionali verso regioni come l’Europa orientale, l’Africa e l’Estremo Oriente. Ha enfatizzato la delocalizzazione delle attività criminali, notando come i clan della Camorra abbiano spostato operazioni verso il Nord e l’estero, mentre ‘ndrangheta e Cosa Nostra operano sempre più all’interno di quadri legali per sfruttare settori dell’economia verde come le energie rinnovabili.

La relazione del 2013 di Pennisi ha fornito un’analisi completa delle tendenze eco-criminali dal 2011 al 2013, basandosi su dati dal database SIDDA/SIDNA della DNA. Ha rivelato 123 procedimenti ai sensi dell’art. 260 del Codice Ambientale (D.Lgs. 152/2006) nell’anno terminante a giugno 2013, coinvolgendo 687 sospettati noti, con una distribuzione equilibrata tra le regioni italiane – indicando che le aree industriali settentrionali sono altrettanto prone a questi crimini quanto i baluardi mafiosi meridionali. Solo quattro casi hanno invocato aggravanti mafiose, sottolineando il suo punto che i crimini ambientali sono prevalentemente “delitti d’impresa” piuttosto che intrinsecamente mafiosi. Il rapporto ha evidenziato interconnessioni con l’economia verde, come frodi nella produzione di energia da biomasse dove rifiuti venivano illecitamente miscelati con combustibili legittimi per ottenere sussidi. Pennisi ha sostenuto un modello investigativo multidisciplinare, incorporando competenze scientifiche, legali e norme UE, e ha proposto riforme legislative: introdurre un reato chiaramente definito di disastro ambientale, applicare aggravanti ambientali a un’ampia gamma di crimini (ad esempio, contro la pubblica amministrazione o la giustizia), e convertire violazioni chiave sui rifiuti da contravvenzioni a delitti con processi accelerati obbligatori.

In interviste e interventi pubblici, Pennisi ha espresso ottimismo cauto sulla legge ecoreati del 2015, che ha a lungo sostenuto. Ha elogiato le sue disposizioni per consentire indagini più ampie su disastri come discariche non autorizzate o eventi di inquinamento, e per allineare l’Italia con standard costituzionali ed europei. Tuttavia, ha criticato aspramente l’assenza di meccanismi preventivi, avvertendo che semplificare le regolamentazioni sui rifiuti potrebbe esacerbare il traffico illecito – più i rifiuti si muovono, maggiore il rischio di attività illegali. Ha lamentato la diluizione di enti specializzati come il Corpo Forestale dello Stato, sostenendo che una repressione efficace richiede robusti controlli a monte. Pennisi ha affrontato anche questioni regionali specifiche, come la gestione illegale dei rifiuti in Basilicata, dove impianti autorizzati venivano sfruttati attraverso falsificazioni di codici, e conflitti più ampi tra sviluppo economico e salute, come nei siti industriali inquinati come Taranto.

Il suo coinvolgimento si è esteso al Nord Italia, dove è stato assegnato temporaneamente a Bologna per l’inchiesta “Aemilia” (2012-2013), scoprendo l’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia dell’Emilia-Romagna, inclusi contratti pubblici e usura. Nel 2015, è stato applicato a Brescia per supportare la DIA, concentrandosi su inquinamenti ambientali tra bonifiche in corso e nuove contaminazioni. Il lavoro di Pennisi ha costantemente collegato sforzi antimafia e anti-eco-crimini, come evidenziato da protocolli con agenzie come l’Agenzia delle Dogane e il Corpo Forestale per monitorare flussi di rifiuti transfrontalieri.

Dopo il pensionamento nel 2023, Pennisi è rimasto attento sull’evoluzione criminale. In un’intervista del 2024, ha descritto la ‘ndrangheta moderna come entità “antistato” che hanno superato il controllo territoriale, focalizzandosi invece sul dominio finanziario attraverso proventi dalla droga riciclati via reti globali, inclusi legami con la finanza cinese e metodi avanzati di movimento del denaro oltre le criptovalute. Ha ammonito che paradigmi investigativi obsoleti – fissati su estorsioni locali o spaccio – sfiorano solo la superficie, esortando a un spostamento verso il targeting di poteri finanziari internazionali. Questa prospettiva ha suscitato controversie, inclusi i suoi commenti del 2023 sull’inchiesta “Aemilia”, dove ha sottolineato l’evitamento deliberato di indagini politiche, suscitando risposte da colleghi giudiziari, politici e enti legali.

L’eredità di Pennisi è ampia: un procuratore che non solo ha ottenuto condanne ma ha anche modellato il discorso politico sulla protezione ambientale. Le sue critiche alle inadeguatezze normative e le chiamate per unità DDA specializzate per eco-crimini riflettono un approccio olistico, vedendo questi reati come minacce alla salute pubblica, all’economia e alla “difesa del Creato”. Mentre ha riconosciuto progressi nella coordinazione (ad esempio, protocollo CFS del 2013), ha avvertito di sfide persistenti come deregolamentazioni guidate da crisi e adattamento mafioso ai settori green.

Roberto Pennisi intervento al Forum Polieco 2021: da ecomafia a crimine ambientale

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