CINA
La Cina è stata per anni uno dei principali Paesi destinatari di rifiuti provenienti da tutto il mondo. Seguendo, fin dal 2006, la rotta dei rifiuti plastici in partenza dai porti italiani, con lo scopo di monitorare la tracciabilità dei flussi, il consorzio nazionale Polieco è stato tra i primi, in Italia, a constatare e segnalare l’esistenza di un sistema illecito alla base delle esportazioni.
Fin dalle prime visite effettuate ai siti di destinazione dei rifiuti italiani in Cina, è emerso infatti che gli impianti indicati nella documentazione di esportazione erano inesistenti o non idonei a garantire il corretto riciclo. I rifiuti venivano inviati a piattaforme autorizzate nelle quali, nella maggior parte dei casi, subivano una semplice selezione per poi essere inviati in altre sedi di lavorazione, illegali, rappresentate dalle case-aziende dei villaggi.
Molti importatori cinesi utilizzavano le autorizzazioni di pochi impianti per poter ricevere rifiuti dall’Italia, che poi venivano smistati in sedi non autorizzate.
Dai sopralluoghi effettuati, emergeva puntualmente uno spaccato di degrado: nelle aree limitrofe agli impianti autorizzati erano presenti cumuli di rifiuti trattati in modo rudimentale da lavoratori costretti a lavorare in condizioni precarie; l’ambiente risultava danneggiato dai roghi degli scarti delle lavorazioni e dagli sversamenti nei corsi d’acqua, con gravi ripercussioni su flora e fauna. La Cina, nei lunghi e numerosi viaggi della direttrice del Polieco Claudia Salvestrini, ha restituito nel tempo l’immagine di un Paese pattumiera dei paesi occidentali.
Quando la situazione è emersa nella sua drammaticità, il governo cinese ha scelto di porre un freno, compiendo già nel 2013 un primo tentativo temporaneo volto a ridurre la quantità di materiali riciclabili contaminati tra i rifiuti importati, con l’operazione Green Fence. E’ nel 2017 che arrivano però le misure più drastiche per la tutela dell’ambiente, con l’introduzione del divieto sull’importazione di molti tipi di rifiuti solidi, noto come “ban” dei rifiuti.
I flussi illeciti stavano causando gravi problemi di inquinamento e contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria, e stavano anche mettendo a rischio la salute delle persone che lavoravano nel settore della raccolta e del trattamento dei rifiuti. La presa di posizione della Cina, che dal 2018, ha applicato il divieto, ha avuto un impatto significativo sul mercato globale dei rifiuti e ha costretto molti Paesi a rivedere le proprie strategie.
Subito dopo i limiti imposti dalla Cina, altri flussi hanno cominciato a essere privilegiati.
– Nel 2016, la Cina importava circa il 42% dei rifiuti plastici italiani.
– Nel 2018, a causa del divieto, le esportazioni italiane di rifiuti plastici verso la Cina sono scritte all’8% del totale dell’export italiano verso i Paesi non UE, con una riduzione dell’83,5% rispetto al 2016.
– Nel 2018, l’Italia ha esportato in totale circa 197mila tonnellate di rifiuti plastici all’estero, ma solo il 2,8% di questi è andato in Cina.
Dopo il divieto cinese, l’Italia ha dirottato le sue esportazioni di rifiuti plastici verso altri Paesi, tra cui:
– Malesia: importazioni aumentate del 195,4% nel 2018 rispetto al 2017
– Turchia: importazioni aumentate del 191,5% nel 2018 rispetto al 2017
– Vietnam: importazioni aumentate del 153% nel 2018 rispetto al 2016
– Thailandia: importazioni aumentate del 770% nel 2018 rispetto al 2017
Dati tratti da un report di Greenpeace e da analisi di Eurostat

