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EGITTO

Parlare di traffici illeciti di rifiuti in Egitto significa muoversi su un terreno diverso da quello di altri paesi del Nord Africa. Non siamo davanti, almeno nelle fonti pubbliche facilmente verificabili, a una lunga sequenza di maxi-inchieste giudiziarie note per nome; siamo piuttosto davanti a un contesto in cui la debolezza dei controlli, il peso del settore informale, l’uso dei porti mediterranei e del Mar Rosso e la forte dipendenza da filiere di recupero a basso costo rendono il paese particolarmente esposto al traffico illecito, all’occultamento documentale e alla commistione tra flussi legali e illegali. È un tema che rientra pienamente nella definizione di waste trafficking adottata da UNODC: un mercato ad alto profitto e rischio relativamente basso, alimentato dal divario tra i costi dello smaltimento legale e quelli dell’aggiramento delle regole.

E – WASTE

Il primo dato da tenere fermo è la scala del problema interno. Nel 2022 l’Egitto ha generato circa 690 mila tonnellate di rifiuti elettronici, oltre 10 kg pro capite, risultando il primo paese africano per quantità assoluta di e-waste. Nello stesso anno, secondo il Global E-waste Monitor 2024, l’Africa è rimasta la regione con il più basso tasso di raccolta e riciclo formale documentato, inferiore all’1%. Questo significa che una parte molto rilevante dei flussi elettronici, in Egitto come altrove nel continente, continua a transitare fuori dai canali tracciati.

Ed è qui che il caso egiziano diventa particolarmente interessante per un osservatorio sui crimini ambientali. Il rapporto 2024 sul sistema egiziano di gestione dei RAEE elaborato da CEDARE/Sustainable Recycling Industries descrive un paese in cui il settore formale esiste, ma resta strutturalmente affiancato e spesso sovrastato dall’informale. Le strutture autorizzate censite sono 27 impianti formali per RAEE e 9 riciclatori formali di batterie al piombo, ma lo stesso rapporto sottolinea che gli operatori informali “sono abbondanti” e svolgono ancora un ruolo dominante nella gestione dell’e-waste. Il trasporto avviene spesso con camion ordinari non autorizzati e carretti, come se si trattasse di rifiuti non pericolosi; lo stoccaggio avviene anche in siti non autorizzati; i demolitori informali separano le frazioni di valore e abbandonano o disperdono quelle pericolose; infine, il documento ammette che esportazioni illegali e informali di componenti e frazioni di e-waste “sarebbero in corso”.

CATENA GRIGIA INTERNA

Questo passaggio è cruciale, perché aiuta a capire la specificità egiziana: il traffico illecito non si presenta solo come container clandestino che arriva dall’estero, ma anche come catena grigia interna, dove raccolta, trasporto, smontaggio, selezione e rivendita si svolgono lungo un continuum tra regolare e irregolare. È in questa zona grigia che si creano le condizioni per l’occultamento del rifiuto pericoloso, la falsa classificazione come bene usato o rottame recuperabile, l’invio a impianti non idonei o l’esportazione di singole frazioni ad alto valore.

Sul piano normativo, l’Egitto non è un “vuoto giuridico”. Ha ratificato la Convenzione di Basilea con la legge n. 4/1994; il rapporto CEDARE ricorda che il paese applica procedure di notifica, consenso scritto, tracciamento e documentazione per le spedizioni transfrontaliere di rifiuti pericolosi, mentre la normativa nazionale vieta l’aggiramento delle regole, compresa la falsa etichettatura dei rifiuti elettronici come merci non pericolose. Inoltre, nel quadro arabo l’Egitto è indicato tra i paesi che hanno introdotto norme specifiche su import/export di rifiuti pericolosi ed e-waste; il Regional E-waste Monitor for the Arab States segnala anche che il paese restringe l’importazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche con più di cinque anni di età e proibisce l’importazione di e-waste.

Il problema, però, non è l’assenza di regole. È l’enforcement. Lo stesso monitoraggio regionale per gli Stati arabi parla di reporting incompleto, dati frammentari e difficoltà sostanziali nel mappare il movimento transfrontaliero dei rifiuti elettronici. Ancora più interessante è un dato che va letto con cautela: tra il 2016 e il 2019 nessuno degli Stati arabi partecipanti allo studio ha riportato importazioni ufficiali di e-waste sotto la Convenzione di Basilea. Ma lo studio precisa subito che questo vale solo per i flussi regolati e dichiarati; non include i flussi illegali né le apparecchiature usate dichiarate per il riuso, che sono una delle principali vie di aggiramento. Nello stesso arco di tempo, l’Egitto compare invece tra i paesi esportatori: nel 2019 ha dichiarato 5 tonnellate di scarti elettrici/elettronici contenenti accumulatori e batterie inviate in Canada per recupero di metalli.

IMPORT ILLEGALE

Questo doppio livello — divieto formale di importazione e persistente opacità dei flussi reali — è tipico dei paesi che diventano vulnerabili ai traffici. Anche la letteratura scientifica più recente sull’Africa considera l’Egitto tra i “countries of concern” per l’arrivo e la gestione di rifiuti elettronici, insieme a paesi dove l’import illegale o pseudo-legale di apparecchiature usate è meglio documentato. La questione non è solo l’arrivo di rifiuti già classificati come tali, ma la trasformazione rapida in rifiuto di beni usati, obsoleti o vicini a fine vita, introdotti come merce commerciabile.

Per questo, se si vuole descrivere le tipologie di rifiuti più esposte al traffico illecito in Egitto, il primo posto spetta ai RAEE: computer, telefoni, apparecchiature TLC, elettrodomestici, schede elettroniche, batterie al piombo e al litio, cavi, plastiche bromurate e altre frazioni contenenti metalli pesanti o POPs. Proprio il rapporto egiziano mette in evidenza che alcune frazioni — come le plastiche BFR — non hanno adeguate opzioni di riciclo formale nel paese e devono essere conferite in discariche per rifiuti pericolosi o inviate all’estero; inoltre l’Egitto non dispone ancora di impianti formali per il riciclo delle batterie al litio, che vengono quindi accumulate, conferite in discarica o esportate verso impianti esteri. È una vulnerabilità che aumenta il rischio di traffici opachi sulle componenti a maggiore valore economico e maggiore tossicità.

LE PLASTICHE

Subito dopo vengono le plastiche. L’Egitto è stato per anni un mercato di sbocco e di lavorazione per flussi di plastic waste provenienti anche dall’Europa. Fonti di settore confermano che riciclatori egiziani hanno utilizzato come feedstock rifiuti plastici europei, in particolare LDPE, HDPE, PET e flussi misti rigidi. Questo aspetto è importante per un osservatorio ecoreati: i flussi di plastica non sono di per sé tutti illegali, ma costituiscono uno dei segmenti in cui il confine tra commercio autorizzato e gestione irregolare può farsi molto sottile, specie quando la capacità di trattamento è disomogenea e la tracciabilità debole. Proprio per questo la Commissione europea ha irrigidito le regole: dal 21 novembre 2026 scatterà il divieto di esportare rifiuti plastici dall’UE verso paesi non OCSE, mentre per altri rifiuti non pericolosi i paesi non OCSE dovranno dimostrare capacità di trattamento ambientalmente corretto per continuare a riceverli.

COLLEGAMENTI INTERNAZIONALI

Qui entra il tema dei collegamenti internazionali, compresa l’Italia. L’Egitto è inserito nella geografia mediterranea delle spedizioni e dei trasporti marittimi, ha infrastrutture portuali strategiche, importa materiali secondari e al tempo stesso prova a formalizzare solo in parte un sistema ancora dominato dall’informale. Sul lato italiano, i rapporti Ecomafia e le analisi di Legambiente continuano a collocare l’Italia dentro i traffici internazionali di rifiuti, sia come paese d’origine sia come snodo logistico, mentre Europol definisce il waste and pollution crime come un settore in crescita, ad alta marginalità criminale. In altre parole: il collegamento con l’Italia è oggi più solido come quadro sistemico mediterraneo che come singolo caso giudiziario nominabile e chiuso sull’Egitto.

Il precedente nordafricano meglio documentato sul versante italiano resta la Tunisia, non l’Egitto. La vicenda dei quasi 8 mila tonnellate di rifiuti spediti illegalmente dall’Italia e bloccati a Sousse mostra molto bene la logica delle rotte mediterranee: falsificazione documentale, uso dei container, sfruttamento di asimmetrie normative e ricerca di destinazioni a costo inferiore. Non è un caso egiziano, ma è un caso che aiuta a leggere il rischio-Egitto dentro la stessa macro-regione.

RETI INFORMALI DI RICICLO

Quanto ai mezzi utilizzati, le fonti egiziane e internazionali convergono su una filiera abbastanza tipica. Sul piano interno prevalgono camion leggeri, camion ordinari non autorizzati, pickup, carretti e piccoli mezzi di raccolta usati dall’informale; sul piano transfrontaliero dominano i container marittimi, che consentono di mascherare rifiuti come rottami, beni usati, materiali destinati al recupero o apparecchiature riutilizzabili. Il controllo doganale è tanto più difficile quanto più il carico è “misto” o formalmente presentato come merce recuperabile. Non a caso la Convenzione di Basilea e la manualistica di enforcement insistono sul punto critico della falsa classificazione e della differenza tra usato funzionante, near-end-of-life equipment e vero e proprio rifiuto.

Un altro elemento da sottolineare è il peso dell’informalità urbana storica, soprattutto nell’area del Cairo. Il dato strutturale è che una quota significativa della raccolta e del recupero continua a passare per reti informali di selezione e riciclo. Le politiche più recenti cercano di formalizzare questo mondo, ma gli stessi programmi internazionali attivi in Egitto riconoscono che il processo è incompleto. In una tabella del rapporto Cedare, il progetto UNDP/GEF su rifiuti medicali ed elettronici viene descritto come un intervento che ha sostenuto l’avvio della formalizzazione del settore informale; il programma SRI-SECO/CEDARE è attivo proprio per costruire un sistema di e-waste management più regolato. Se ci sono programmi internazionali dedicati a “formalizzare”, vuol dire che la base reale è ancora fortemente informale.

TRIANGOLAZIONE DEI FLUSSI

In questo senso l’Egitto è importante anche per l’Italia. Perché nel Mediterraneo orientale e centrale si incrociano tre dinamiche: la pressione europea a esternalizzare o alleggerire i costi del trattamento; la presenza di economie informali capaci di assorbire e selezionare materiali; la funzione dei porti come punti di ingresso, transito e rilancio verso altri mercati. Non serve dimostrare che ogni container proveniente dall’Europa o dall’Italia sia illecito; basta osservare che, in un sistema simile, la triangolazione dei flussi, la sottodichiarazione del rischio e la misclassificazione documentale diventano strutturalmente più facili. Ed è esattamente per questo che l’UE ha rivisto il proprio regolamento sulle spedizioni di rifiuti, dichiarando esplicitamente l’obiettivo di non esportare i propri problemi ambientali e di contrastare meglio il traffico illecito.

PAESE ‘PONTE’

L’Egitto appare come un paese-ponte ad alta vulnerabilità, dove e-waste, plastiche e frazioni di valore transitano lungo filiere miste legali/illegali, sostenute da una forte componente informale e da controlli ancora deboli. Le rotte sono soprattutto marittime, i mezzi principali sono container e autotrasporto interno non specializzato.

VULNERABILITA’ SISTEMICA

Sul fronte delle inchieste, in Egitto non emergono, nelle fonti aperte e affidabili consultabili, molte maxi-inchieste pubbliche e dettagliate sul traffico internazionale di rifiuti con la stessa visibilità che si riscontra in altri paesi; emergono però numerosi indizi convergenti di vulnerabilità sistemica: trasporto irregolare, stoccaggio non autorizzato, demolizione informale, possibile esportazione illegale di frazioni elettroniche, sottostima dei flussi reali e forte difficoltà di reporting ufficiale. Più che il racconto di singole operazioni, il caso egiziano restituisce dunque il profilo di un mercato grigio permanente, dove illeciti diffusi e opacità amministrativa possono rendere invisibile una parte rilevante del fenomeno.

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