PAKISTAN
Traffici illeciti di rifiuti: rotte, numeri, snodi e dinamiche
Il Pakistan è un caso tipico di “rotta ibrida”: i flussi problematici non dipendono solo da import illegali, ma dalla combinazione tra import (legale/illegale) di apparecchiature usate, crescita dei rifiuti domestici e una filiera di gestione in larga parte informale, capace di assorbire volumi elevati ma con controlli ambientali e sanitari spesso insufficienti. Studi accademici e analisi recenti descrivono l’e-waste pakistano come alimentato da due grandi sorgenti: importazioni di AEE/ICT (incluse quote illegali) e generazione interna.

1) Flussi più rilevanti
E-waste / elettronica usata e componenti
È il segmento più discusso nelle fonti: entra come “usato”, “componenti”, “parti di ricambio” e poi una quota diventa rapidamente rifiuto, confluisce in circuiti di smontaggio e recupero metalli. La letteratura sul Pakistan insiste proprio su questo: l’import (anche illegale) è una delle sorgenti strutturali dell’e-waste nazionale.
Plastiche e rifiuti urbani
Nel portale “rotte” è utile trattarli come contesto: il Pakistan sta rafforzando misure su plastiche e monouso (almeno in alcune giurisdizioni), segnalando una pressione crescente su importazioni e produzione. Ad esempio, il testo normativo federale per l’ICT (Islamabad Capital Territory) del 2023 disciplina divieti e controlli su specifiche categorie di single-use plastic.
2) Numeri chiave (ordine di grandezza)
Qui conviene usare dati “di sistema” + evidenze qualitative:
- E-waste in Pakistan: filiera informale strutturale: studi e ricerche sul tema mappano un settore guidato dal mercato e fortemente informale, con governance debole e rischi ambientali/sanitari (smontaggio manuale, recuperi rudimentali).
- Dati comparativi globali (per contesto): nel mondo (2022) l’e-waste generato è stato 62 Mt e solo 22,3% risulta formalmente raccolto/riciclato, uno scenario che spiega perché i flussi “second-hand” e le rotte grigie restino attrattive per operatori e intermediari.
(Se vuoi numeri Pakistan più puntuali per il portale, posso inserirli in una seconda iterazione con stime da report ONU/accademici specifici sul Pakistan: qui ho privilegiato fonti solide accessibili e “difendibili”.)
3) Rotte e porte d’ingresso: perché Karachi è cruciale
La geografia dei traffici punta spesso su Karachi come hub logistico: qui si concentrano grandi volumi di container e attività di import/export. La stampa pakistana segnala investimenti in scanner non intrusivi e controlli ai terminal di Karachi Port e Port Qasim (elemento importante per il portale: indica sia la centralità dei porti sia il tentativo di rafforzare l’ispezione cargo).
Sul piano operativo, il pattern tipico è:
- carichi dichiarati come beni usati, componenti o materiali per recupero;
- difficoltà di verifica rapida su funzionalità/qualità;
- smistamento verso mercati dell’usato e, per la parte non vendibile, verso distretti di riciclo informale.
4) Snodi interni e hotspot: Karachi e i distretti dello “scrap”
Un nome che torna nella stampa è Sher Shah (Shershah) scrap market a Karachi, spesso descritto come uno dei più grandi mercati dello scarto del Paese. Questi hub sono strategici per le rotte perché funzionano da “polmone” logistico: raccolgono materiali da molte provenienze, li selezionano, li rivendono e alimentano micro-filiera di riparazione e recupero metalli.
La ricerca accademica sulla filiera dell’e-waste in Pakistan descrive un ecosistema con ruoli differenziati (importatori, grossisti, riparatori, smontatori, recuperatori) dove il valore è estratto soprattutto dalle frazioni metalliche, mentre i residui e le frazioni pericolose sono la parte più critica.
5) Modus operandi: la “zona grigia” che sostiene i traffici
Nel caso Pakistan, la zona grigia è simile ad altri contesti dell’Asia meridionale:
- mis-dichiarazione (usato/parts/ricambi invece di rifiuti);
- carichi misti (una parte rivendibile “copre” scarti);
- frammentazione e passaggi rapidi tra intermediari;
- downstream informale: la quota non riutilizzabile entra nel circuito di smontaggio e recupero in condizioni spesso non sicure.
In termini di “rotta”, questo sposta il cuore dell’illecito dal confine (dogana) al “dopo”: il punto in cui un bene diventa rifiuto e perde tracciabilità.
6) Cornice normativa e pressione regolatoria
Sul quadro internazionale, la Convenzione di Basilea resta la cornice cardine per i movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e per contrastare il traffico illecito; il tema è rilevante per Pakistan sia per i flussi e-waste sia per plastiche/importazioni problematiche.
A livello nazionale, documenti di policy e sintetici su plastiche/hazardous waste segnalano attenzione crescente alla gestione dei rifiuti pericolosi e alle importazioni di plastiche “hazardous”, utile per il portale come indicatore di trend istituzionale.

7) Perché il sistema è resiliente
La resilienza deriva da un incentivo economico chiaro:
- l’e-waste è un “miniera urbana” di metalli e componenti;
- l’informalità riduce i costi (niente impianti di abbattimento, sicurezza minima);
- i controlli, anche quando migliorano ai porti, possono spostare i flussi in modalità più frammentate e meno visibili.
La letteratura sul Pakistan sottolinea infatti la natura market-driven dell’informalità e i problemi di governance come elemento strutturale.

