ROMANIA
Perché la Romania è un “punto caldo” europeo
Negli ultimi anni la Romania è diventata uno dei Paesi UE più esposti ai flussi transfrontalieri di rifiuti irregolari. Il motivo è strutturale: smaltire “a norma” costa sempre di più, mentre spostare materiali verso Paesi con capacità impiantistica insufficiente, controlli disomogenei e ampie aree di gestione informale può ridurre drasticamente i costi. In questo contesto, molte spedizioni entrano “legalmente sulla carta”, ma poi si trasformano in stoccaggi illeciti, abbandoni o combustioni non corrette.
Un elemento importante è che in UE una parte delle frodi sfrutta la zona grigia tra “bene usato/materiale riciclabile” e “rifiuto”: se il carico viene classificato come “second hand” o come “riciclabile”, i controlli possono essere meno mirati; quando però la qualità è scarsa o i materiali sono misti/contaminati, diventano rifiuti subito dopo l’arrivo.

1) Tipologie di rifiuti più coinvolte
A) Tessili: “second-hand” che diventa rifiuto tessile
È probabilmente la filiera più documentata dalle inchieste in Romania. L’importazione di abiti usati può includere una quota consistente di tessile strappato, sporco, ammuffito, non igienizzato o comunque invendibile: di fatto rifiuto tessile.
Inchiesta chiave (OCCRP): durante un raid del 2023 in un grande deposito, i procuratori avrebbero trovato 290 tonnellate di abiti di seconda mano, e circa metà del volume sarebbe risultato composto da tessili strappati e sporchi senza adeguati certificati di pulizia/disinfezione. L’inchiesta descrive anche un meccanismo tipico: quando arrivano ispettori “consumer” vengono mostrati documenti da “merce”, mentre ad altri controlli emergono carte che parlano di “waste”, oltre a carichi con oggetti non tessili (CD, giocattoli, scarpe sporche), indice di spedizioni miste e opache.
Inchiesta/analisi locale (RISE Project): RISE descrive l’import illegale di rifiuti tessili mascherati da abbigliamento usato come fenomeno tanto grande da aver spinto le autorità a modificare la normativa per rendere più difficile l’azione dei gruppi organizzati; evidenzia inoltre come la tracciabilità sia spesso quasi impossibile e come alcune aree siano colpite da stoccaggi illegali.
Un ulteriore pezzo investigativo RISE (“The Valley of Sorrow”) fornisce anche indicatori quantitativi e di contesto (es. flussi 2020–2023 e indagini su aziende), mostrando quanto il comparto sia diventato sistemico.
Perché conviene ai trafficanti:
- dichiarare “second hand” riduce frizioni e controlli rispetto a “waste”
- la selezione/gestione dello scarto costa: scaricare tutto come “merce” e lasciare lo scarto a valle è più economico
- lo scarto tessile ha spesso basso valore → rischio abbandono/roghi

B) Rifiuti “da bruciare” (CSS/RDF) e recupero energetico in cementifici: il nodo Italia–Romania
Un filone molto rilevante riguarda l’export di rifiuti destinati a essere usati come combustibile alternativo (in Italia spesso chiamato in passato “CDR”, oggi più spesso CSS – combustibile solido secondario). Qui la “zona grigia” non è necessariamente tra bene e rifiuto, ma tra filiera lecita e pratiche opache: la convenienza economica può incentivare sovra-flussi, intermediazioni aggressive e rischio infiltrazioni.
Inchiesta chiave (IRPI): “Rifiuti, l’export Italia-Romania per bruciare a costo zero” descrive una strategia “waste-to-energy” in cui rifiuti vengono forniti ai cementifici: questi risparmiano su carbone/petrolio e, secondo l’inchiesta, il sistema diventa un grande business con incentivi distorti e margini per pratiche opache.
Un articolo che riprende la stessa inchiesta (Il Fatto Quotidiano) riassume il tema come flusso costante “Italia–Romania” con criticità e potenziali infiltrazioni criminali.
Tipologia: frazioni combustibili/CSS, rifiuti “preparati” per co-incenerimento.
Modalità: export per recupero energetico, catene di broker/intermediari, vantaggi economici (evitare discarica/gestioni costose), rischi di opacità su quantità, qualità e destinazioni reali.
C) Residui industriali “travestiti”: il caso Baia Mare e la logica prodotto-vs-rifiuto
Un altro schema tipico dell’illegalità ambientale è la contestazione sulla natura del materiale: “prodotto/commodity” vs “rifiuto” (talvolta anche pericoloso). È uno dei modi più efficaci per “declassare” i controlli.
Caso raccontato in reportage (Pulitzer Center): un lungo reportage ricostruisce la storia legata a Baia Mare e a Daniel Boldor, presentando il tema di materiali trattati come “concentrati” e le implicazioni di controlli e indagini.
2) Modalità operative ricorrenti (come funziona il traffico)
a) Camuffamento documentale
È la leva principale:
- rifiuto dichiarato come “merce usata” (tessili, elettrodomestici usati, ecc.)
- rifiuto misto/contaminato dichiarato “riciclabile”
- codici e descrizioni che abbassano la percezione di rischio
L’inchiesta OCCRP sui tessili mostra esplicitamente la pratica dei documenti “diversi” a seconda dell’ente che controlla (consumer protection vs environmental authorities).
b) Infrastruttura legale usata per fini illegali
Spesso le reti non operano “in nero” totale: usano aziende, trasporti e depositi formalmente regolari, e l’illiceità emerge nella qualità reale del materiale, nella destinazione o nello smaltimento effettivo.
c) Esito finale: stoccaggio illecito, abbandono, roghi
Quando il carico è in parte invendibile o non trattabile:
- stoccaggio in capannoni/terreni non autorizzati
- abbandono e dumping
- bruciatura per riduzione volumetrica (e talvolta recupero metalli/semplificazione)
RISE parla esplicitamente di aree “fortemente colpite” dallo stoccaggio illegale di rifiuti tessili.
3) Rapporti con l’Italia
Il collegamento Italia–Romania, nelle fonti pubbliche facilmente citabili, è particolarmente forte su:
- rifiuti per recupero energetico in cementifici (inchiesta IRPI/RISE).
- dinamiche europee simili (Italia come origine in reti di traffico ambientale): ad esempio un caso Europol (Italia→Croazia) mostra lo schema “import sotto copertura di riciclo, documenti falsi, dumping/occultamento”, utile per descrivere il modus operandi comune in Europa anche se non è Romania.
Nel caso Europol, si parla di oltre 35.000 tonnellate di rifiuti (inclusi anche pericolosi) importati illegalmente e poi sepolti o scaricati clandestinamente, con profitti illeciti stimati in milioni di euro.
Conclusione
In Romania i traffici illeciti/irregolari di rifiuti si concentrano spesso su materiali “di confine” (tessili usati, carichi destinati a recupero energetico, residui industriali a classificazione controversa) perché sono i più facili da far passare con documentazione ambigua e i più economici da “scaricare” sul territorio. Le inchieste mostrano un copione ricorrente: camuffamento all’origine, ingresso formalmente regolare, poi stoccaggio illecito/abbandono/combustione, con impatti ambientali e sanitari e profitti ottenuti dal risparmio sui costi di smaltimento.

