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SLOVENIA

In Slovenia il tema dei traffici illeciti di rifiuti si colloca a metà strada tra due immagini solo in apparenza inconciliabili: da un lato un Paese spesso citato come modello di gestione sostenibile – basti pensare a Lubiana, presentata come capitale europea “zero waste”, con alti tassi di raccolta differenziata e di riciclo – dall’altro un territorio attraversato da flussi di rifiuti che viaggiano da uno Stato all’altro dell’Unione Europea e che, in alcuni casi, sfociano in vere e proprie attività criminali.

Il contesto normativo è quello del Regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, che disciplina il transito transfrontaliero, imponendo autorizzazioni, notifiche preventive e tracciabilità, e che negli ultimi anni è stato rafforzato proprio per contrastare le spedizioni illegali e l’uso dei Paesi membri come “valvole di sfogo” per i rifiuti di altri Stati.

La Slovenia, per la sua posizione geografica, è un crocevia naturale tra Italia, Austria, Germania e l’area balcanica. I flussi legali di rifiuti – soprattutto speciali e pericolosi destinati a recupero o smaltimento – sono gestiti dall’Ispettorato per l’Ambiente e l’Energia, che è l’autorità competente per le spedizioni transfrontaliere. Le norme slovene riprendono quelle europee: per molte tipologie di rifiuti è necessaria un’autorizzazione preventiva caso per caso, con documenti di notifica, contratti tra produttore e destinatario e obblighi di etichettatura. Lo stesso Ispettorato ha predisposto procedure specifiche per fermare i camion sospettati di trasportare rifiuti illegalmente, compreso un accordo con un’area di sosta dedicata dove trattenere i veicoli finché non viene chiarita la natura del carico.

Nonostante questo apparato, le indagini europee mostrano che il traffico illecito sfrutta spesso le stesse infrastrutture del commercio legale. Un caso emblematico, su cui si sono concentrati Europol e le autorità croate, è quello della rete che ha importato illecitamente rifiuti pericolosi da tre Stati dell’UE – Italia, Slovenia e Germania – per seppellirli o abbandonarli in Croazia. Le inchieste parlano di oltre 35.000 tonnellate di rifiuti, anche sanitari pericolosi, camuffati da plastica riciclabile e accompagnati da documenti falsificati, con un profitto illecito stimato almeno in 4 milioni di euro. In questo schema la Slovenia non è il paese di destinazione finale, ma compare come uno degli Stati d’origine o di transito: parte dei rifiuti risultavano “trattati” o destinati a recupero in impianti regolari, mentre in realtà venivano deviati verso siti illegali oltreconfine. Il cuore del meccanismo sta nell’uso di società di trasporto e di gestione rifiuti formalmente in regola, che emettono formulari e registri apparentemente conformi, rendendo più difficile distinguere le spedizioni lecite da quelle fasulle.

Questi traffici si inseriscono in una tendenza più ampia, riconosciuta dalle valutazioni strategiche dell’UE sulle minacce criminali: i reati ambientali legati ai rifiuti e all’inquinamento sono considerati uno dei mercati più redditizi per la criminalità organizzata, con reti che operano in modo transnazionale e che sfruttano differenze nei controlli, nei costi di trattamento e nella capacità impiantistica tra i vari Paesi. La Slovenia, come altri Stati membri, rappresenta un nodo di questa rete: talvolta i rifiuti arrivano da Paesi vicini per essere avviati a impianti sloveni – ad esempio per il trattamento di metalli, rifiuti industriali o imballaggi – altre volte il Paese è tappa intermedia, in particolare lungo l’asse che collega Italia e Germania con i Balcani occidentali.

Sul piano interno, il quadro sloveno è complesso. Da un lato i dati ufficiali mostrano una gestione relativamente avanzata: nel 2020 sono stati generati circa 7,7 milioni di tonnellate di rifiuti, in calo rispetto all’anno precedente, con una quota predominante di rifiuti da costruzione e demolizione e una componente municipale più contenuta, e con politiche molto spinte di raccolta differenziata e recupero, soprattutto nelle aree urbane più organizzate. Dall’altro, giornalisti e studiosi evidenziano criticità nella filiera della plastica e degli imballaggi: l’aumento delle quantità immesse sul mercato, i cambiamenti nei criteri di calcolo del riciclo e i problemi di controllo hanno generato tensioni, episodi di accumulo di rifiuti non ritirati dagli operatori e il rischio che parte di questi flussi venga dirottata verso percorsi poco trasparenti, inclusa l’esportazione. Proprio dove la filiera legale è in difficoltà – per limiti impiantistici, costi elevati o normative non sempre chiare – si apre lo spazio per gli operatori senza scrupoli, che promettono soluzioni rapide e a basso costo.

Le autorità slovene, consapevoli del rischio, hanno recepito le regole europee sulle spedizioni di rifiuti e pubblicano linee guida dettagliate per le imprese che intendono importare o esportare rifiuti, soprattutto lungo l’asse transfrontaliero con l’Italia. Le procedure prevedono documentazione elettronica, registri dei trasportatori, contratti obbligatori tra chi invia e chi riceve i rifiuti, oltre a controlli mirati alle frontiere e lungo le principali direttrici di traffico merci. Tuttavia, come dimostrano le operazioni coordinate a livello europeo, questi strumenti non bastano da soli a fermare i traffici illeciti, perché le organizzazioni criminali si muovono rapidamente tra le zone grigie delle normative, sfruttano falle nei controlli e si appoggiano a una fitta rete di consulenti, intermediari e aziende schermo.

Dal punto di vista politico e sociale, il fenomeno dei traffici illegali di rifiuti in Slovenia è meno visibile rispetto al caso italiano della “ecomafia”, dove il ruolo delle organizzazioni mafiose tradizionali e l’impatto sulle comunità locali sono ampiamente riconosciuti. Nel contesto sloveno si parla più spesso di criminalità economica, di corruzione e di uso distorto di società apparentemente pulite. Questo non significa che i danni ambientali siano minori: discariche abusive, sotterramento di rifiuti pericolosi, contaminazione del suolo e delle acque possono avere effetti duraturi, soprattutto in aree rurali o industriali meno controllate, e possono ricadere anche sui Paesi confinanti, dato il carattere transfrontaliero degli inquinanti.

Il contrasto ai traffici illeciti di rifiuti in Slovenia passa quindi per una combinazione di strumenti: rafforzamento dei controlli doganali e stradali, cooperazione giudiziaria e di polizia con Italia, Croazia, Austria e Germania, scambio di informazioni attraverso Europol ed Eurojust, ma anche maggiore trasparenza nella filiera legale, tracciabilità digitale dei rifiuti e responsabilizzazione dei produttori. Le recenti riforme europee sulle spedizioni di rifiuti insistono proprio su questi punti, chiedendo ai Paesi membri – Slovenia compresa – di aumentare il numero di ispezioni, coordinare meglio le autorità nazionali e investire in sistemi che rendano più difficile “far sparire” i carichi lungo il tragitto.

In sintesi, la Slovenia è allo stesso tempo un laboratorio di buone pratiche nella gestione dei rifiuti urbani e un anello vulnerabile nelle catene transnazionali dei traffici illeciti. La distanza tra queste due facce dipende in larga parte dalla capacità dello Stato e delle istituzioni europee di colmare gli spazi di impunità sfruttati dai trafficanti, ma anche dalla pressione esercitata dall’opinione pubblica e dalla società civile affinché le promesse di “zero waste” non si traducano, altrove o nel sottosuolo, in nuove discariche occulte e in un’eredità di inquinamento difficilmente reversibile.

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