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Terra dei Fuochi, il costo sanitario degli ecoreati emerge dopo decenni

Gli ecoreati producono conseguenze che non terminano con l’abbandono di un carico di rifiuti, con l’interramento di sostanze pericolose o con lo spegnimento di un rogo. Una parte dei loro effetti può restare invisibile per anni, fino a manifestarsi nella salute delle popolazioni esposte.

È questa una delle indicazioni più rilevanti che emerge dal nuovo studio “Organized Crime, Hidden Pollution, and Long-run Health Costs”, realizzato dagli economisti Davide Cipullo, Massimiliano Gaetano Onorato e Gianmario Pelleschi e pubblicato nel 2026 come CESifo Working Paper n. 12644. Gli autori analizzano gli effetti sanitari di lungo periodo dello smaltimento illecito di rifiuti tossici riconducibile alla criminalità organizzata in Campania.

Lo studio assume particolare rilievo perché prova ad affrontare uno dei problemi più complessi della ricerca ambientale sulla cosiddetta Terra dei Fuochi: distinguere una semplice correlazione geografica tra inquinamento e malattie da un possibile effetto causale dell’esposizione agli inquinanti.

Dalla vicinanza ai siti alla direzione del vento

Il punto di partenza della ricerca è l’inventario dei siti potenzialmente contaminati dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania (Arpac).

Come hanno successivamente spiegato gli stessi Cipullo, Onorato e Pelleschi in un contributo pubblicato il 17 settembre 2026 su lavoce.info, dopo aver escluso attività produttive, distributori di carburante e altre fonti legali di contaminazione, la loro analisi individua 1.667 siti riconducibili allo smaltimento illegale di rifiuti. A questi dati vengono associati quelli relativi ai decessi per comune e causa di morte registrati dall’Istat tra il 1980 e il 2022.

La particolarità del metodo adottato consiste nel non considerare soltanto la distanza tra un comune e un sito contaminato.

Gli studiosi ricostruiscono infatti le direzioni storiche prevalenti dei venti e confrontano territori posti a distanze simili dagli stessi siti, ma caratterizzati da una diversa esposizione alle emissioni disperse nell’aria.

In termini semplici, due comuni possono trovarsi entrambi a pochi chilometri da un sito utilizzato per lo smaltimento illecito, ma uno può essere stato più frequentemente sottovento, e quindi maggiormente raggiunto dagli inquinanti prodotti dalla combustione dei rifiuti, mentre l’altro può essere stato prevalentemente sopravento.

Gli autori combinano questa variazione geografica dell’esposizione con un modello econometrico di tipo difference-in-differences, una metodologia utilizzata per verificare se nel tempo emergano differenze sistematiche tra gruppi inizialmente comparabili.

Gli effetti diventano visibili a distanza di anni

Uno degli aspetti più significativi della ricerca riguarda la dimensione temporale.

Secondo le analisi presentate dagli autori, prima che lo smaltimento illegale di rifiuti industriali assumesse dimensioni sistematiche, alla fine degli anni Ottanta, l’andamento della mortalità oncologica nei comuni successivamente classificati come maggiormente o meno esposti risultava sostanzialmente simile.

Le differenze iniziano invece a manifestarsi dopo una lunga latenza, diventando più evidenti dagli anni Duemila.

Nella parte più recente del periodo analizzato, l’esposizione sottovento ai siti considerati nello studio è associata a circa due decessi per tumore aggiuntivi per comune e per anno, rispetto a comuni ugualmente vicini ai siti ma meno esposti attraverso le correnti atmosferiche. È uno dei risultati centrali riportati direttamente nel working paper CESifo.

Gli autori osservano inoltre che l’effetto tende a ridursi con l’aumentare della distanza dai siti e che risultati analoghi non emergono per cause di morte che non dovrebbero avere una relazione con l’inquinamento, come incidenti stradali e omicidi. Questi controlli vengono utilizzati per verificare la robustezza dell’interpretazione causale proposta dallo studio.

Non tutti i tumori mostrano lo stesso andamento

L’analisi evidenzia differenze anche in relazione alle patologie considerate.

I risultati più pronunciati riguardano, secondo gli autori, le neoplasie dell’apparato respiratorio e alcuni gruppi comprendenti tumori delle ossa, della pelle e della mammella. Per altre forme tumorali le stime sono statisticamente meno precise.

Un ulteriore elemento meritevole di attenzione riguarda le fasce di età. Quando gli studiosi considerano la mortalità per tutte le cause, osservano effetti particolarmente marcati tra bambini e adolescenti sotto i vent’anni. Gli stessi ricercatori invitano però alla cautela nell’interpretazione di questo risultato, che non consente da solo di individuare le singole patologie responsabili dell’aumento osservato.

Una stima che fotografa soltanto una parte dell’inquinamento

Lo studio ha anche un limite importante, esplicitamente riconosciuto dagli autori.

L’utilizzo della direzione dei venti consente di isolare soprattutto l’esposizione agli inquinanti trasportati attraverso l’atmosfera. Ma la contaminazione prodotta dallo smaltimento illegale può seguire molti altri percorsi.

Rifiuti interrati o abbandonati possono contaminare il suolo e le falde acquifere; sostanze persistenti possono entrare nella catena alimentare; l’esposizione può inoltre dipendere da comportamenti individuali, attività professionali e mobilità della popolazione.

Di conseguenza, i risultati di Cipullo, Onorato e Pelleschi non rappresentano una quantificazione complessiva di tutti i danni sanitari prodotti dalla gestione criminale dei rifiuti nella Terra dei Fuochi. La ricerca misura uno specifico canale di esposizione, quello legato alla dispersione atmosferica, cercando però di identificarne l’effetto con strumenti quasi-sperimentali.

Un quadro epidemiologico studiato da anni

Il lavoro del 2026 si inserisce in una letteratura scientifica e istituzionale molto più ampia.

Già il rapporto ISTISAN 15/27, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità in attuazione della legge n. 6 del 2014, aveva esaminato mortalità, ospedalizzazione e incidenza tumorale nei comuni allora compresi nella Terra dei Fuochi. Il rapporto descriveva un quadro caratterizzato dalla presenza di diversi eccessi di mortalità, incidenza oncologica e ospedalizzazione, sottolineando al tempo stesso la complessità dell’attribuzione delle singole patologie alle specifiche esposizioni ambientali.

Una successiva ricostruzione scientifica pubblicata nel 2022 ha ripercorso circa vent’anni di studi epidemiologici e politiche sanitarie sulla Terra dei Fuochi, evidenziando come numerose ricerche abbiano documentato associazioni tra esposizioni ambientali, mortalità e morbosità, pur con approcci metodologici e livelli di evidenza differenti.

Il valore aggiunto del nuovo lavoro è quindi soprattutto metodologico: non nasce in un vuoto di conoscenza epidemiologica, ma cerca di rafforzare l’identificazione del rapporto tra una particolare forma di esposizione e gli effetti sanitari osservati nel lungo periodo.

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo

Il tema sanitario si intreccia inevitabilmente con quello delle responsabilità istituzionali.

Il 30 gennaio 2025, nella causa Cannavacciuolo e altri contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato una violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea, relativo al diritto alla vita, in relazione alla risposta dello Stato al fenomeno della Terra dei Fuochi.

Secondo la Corte, le autorità italiane non avevano affrontato con la necessaria diligenza e rapidità il fenomeno dello sversamento, dell’interramento e della combustione illegale dei rifiuti, nonostante fosse conosciuto da molti anni. La Corte ha richiesto all’Italia una strategia complessiva, un meccanismo indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica attraverso cui rendere disponibili le informazioni rilevanti alla popolazione.

Nel 2026 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, incaricato di sorvegliare l’esecuzione delle sentenze della Corte, ha accolto favorevolmente la strategia predisposta dall’Italia, comprendente interventi per l’identificazione delle aree contaminate, le bonifiche, la gestione dei rischi sanitari e il contrasto allo smaltimento illegale. L’attuazione concreta di tali misure rimane dunque un passaggio decisivo.

Gli ecoreati hanno un costo che attraversa le generazioni

La ricerca di Cipullo, Onorato e Pelleschi offre infine una prospettiva particolarmente significativa per chi studia la criminalità ambientale.

Tradizionalmente, il costo economico della presenza mafiosa viene misurato attraverso variabili come la riduzione degli investimenti, la distorsione della concorrenza, la corruzione, la minore crescita economica o l’alterazione della spesa pubblica.

Lo smaltimento criminale dei rifiuti introduce però una forma ulteriore di danno: un’esternalità sanitaria differita nel tempo.

L’atto criminale può essere consumato in poche ore, mentre le sue conseguenze ambientali e sanitarie possono protrarsi per decenni. È proprio questo scarto temporale a rendere gli ecoreati particolarmente insidiosi. Il territorio può continuare a trasmettere il costo dell’illecito anche quando gli autori materiali, le imprese coinvolte o le organizzazioni criminali responsabili non sono più presenti nello stesso luogo.

Da questa prospettiva, prevenzione degli smaltimenti illeciti, tracciabilità dei rifiuti, controlli ambientali, monitoraggio epidemiologico, accessibilità dei dati e bonifica dei siti non costituiscono compartimenti separati della politica pubblica.

Sono parti della stessa azione di tutela.

La lezione che emerge dalla Terra dei Fuochi è che il contrasto agli ecoreati non riguarda soltanto la protezione del paesaggio o la repressione di un mercato criminale. Riguarda anche la capacità dello Stato di impedire che un illecito ambientale commesso oggi si trasformi, molti anni dopo, in un costo sanitario pagato da persone che spesso non hanno avuto alcuna possibilità di conoscere o evitare l’esposizione.

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