Matthew Burnett–Stuart è program manager per l’Istituto interregionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia. Un ampio dialogo per comprendere la necessità dello studio e dell’analisi nel contrasto ai reati ambientali, la loro complessità e le possibili soluzioni.
Che ruolo svolge UNICRI e quale la sua importanza nel campo dei reati ambientali?
“L’UNICRI, svolge da quasi 60 anni un ruolo di ricerca applicata, analisi strategica, formazione e supporto allo sviluppo di politiche efficaci per prevenire e contrastare la criminalità e rafforzare i sistemi di giustizia.
L’UNICRI, ha sede a Torino, dove lavoro, con uffici di collegamento a Bruxelles, New York e Roma. Essendo un Istituto che primariamente si occupa di rafforzare le competenze dei paesi sul campo, l’UNICRI è inoltre presente in tutte le regioni del mondo con uffici di progetto. Il lavoro dell’UNICRI si evolve sulla base delle priorità e minacce alla sicurezza, allo sviluppo e alla coesione sociale. Nel corso del tempo la dimensione sempre più transnazionale dei fenomeni criminali e lo sviluppo tecnologico hanno richiesto una riformulazione delle aree di intervento.
La prevenzione e il contrasto ai reati ambientali è tra le aree di lavoro che attraversano molte decadi del lavoro dell’UNICRI e che oggi, più che mai vanno affrontati nella loro dimensione transnazionale. Siamo partiti dalle prime ricerche condotte negli anni ’90 per promuovere nuove politiche di contrasto attraverso un’azione di conoscenza e sensibilizzazione su un fenomeno che al tempo era grandemente sottovalutato e scarsamente definito. Da allora hanno preso avvio nuove ricerche, incontri internazionali e corsi di formazione avanzata con un focus principale sui rifiuti tossici e sui collegamenti tra crimini ambientali ed altri fenomeni criminali. L’UNICRI si è concentrato sulla lotta al traffico illecito di materiali dannosi per l’ambiente, tra cui rifiuti elettronici, sostanze chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari, ma anche sulla catena di approvvigionamento dei metalli preziosi e dei minerali critici. Da diversi anni, UNICRI affronta anche gli effetti dei cambiamenti climatici e dello sfruttamento delle risorse naturali nell’acuire i conflitti locali e l’estremismo violento.
In tutti questi anni l’UNICRI ha svolto un’azione di sintesi tra ricerca e policy: è necessario trasformare l’analisi di un fenomeno in strumenti utili per chi deve prevenire, investigare, cooperare e decidere (anche in merito a nuovi quadri normativi). In questo l’UNICRI si rivolge ad attori diversi: dalle forze dell’ordine, al giudiziario, ai legislatori, alle comunità e ai professionisti dell’informazione.

Un esempio recente, è il percorso di formazione che abbiamo organizzato con Nature Crime Alliance e la FACT Coalition: oltre 100 giornalisti da tutto il mondo hanno partecipato a un corso avanzato sui reati ambientali con l’obiettivo di rafforzare le competenze dei professionisti dell’informazione e soprattutto il giornalismo investigativo che rappresenta un fondamentale strumento di accountability e di sensibilizzazione.
I crimini contro l’ambiente continuino a essere sottovalutati nonostante l’impatto sulla salute pubblica, sullo sviluppo, sulla sicurezza, sugli ecosistemi e in definitiva sulla tenuta dello stato di diritto e sulla fiducia nelle istituzioni. Questi crimini, che ricomprendono principalmente lo sfruttamento di risorse naturali e il traffico di rifiuti tossici, nutrono le casse delle organizzazioni criminali e sono altamente sofisticati. Favoriti dall’opacità dei mercati globali, si intrecciano con i reati di corruzione, il riciclaggio, la frode documentale, e altri traffici illeciti.
Se consideriamo casi specifici di traffico di rifiuti, estrazione illegale o una filiera ambientale compromessa ciò che emerge è che l’impatto di questi fenomeni non si limità alle comunità locali. Le reti transnazionali, gli interessi economici e i flussi finanziari che ruotano attorno a questi casi mettono in luce la dimensione mondiale dei reati contro l’ambiente e gli enormi profitti che ne derivano. Per questo l’UNICRI promuove una visione più sistemica che non si limita al singolo illecito, ma che analizza l’intera filiera criminale“.
Dal tuo punto di vista, qual è il problema più urgente da affrontare sia in Italia e sia a livello europeo?
“L’aspetto secondo me prioritario è quello legato alla dimensione finanziaria. L’approccio “follow the money” è un nodo centrale. Concentrarsi sul danno ambientale visibile, il sito inquinato o il rifiuto abbandonato, non è sufficiente. È necessario guardare alla struttura economica e logistica che rende questi reati possibili e redditizi. I reati ambientali funzionano come un modello di business ad alto profitto e a basso rischio, spesso intrecciato con evasione fiscale e riciclaggio. L’integrazione sistematica delle indagini finanziarie attraverso il tracciamento dei capitali, l’adozione di strumenti antiriciclaggio e di confisca dei proventi sono fondamentali per poter contrastare realmente il fenomeno.
L’Italia ha una importante esperienza nel contrasto alle ecomafie, e tuttavia permangono le difficoltà nel collegare pienamente il reato ambientale ai suoi profili finanziari e transnazionali. A livello europeo la nuova direttiva 2024/1203 sui reati ambientali è un passo in avanti importante: amplia significativamente lo spettro dei reati perseguibili, rafforza le sanzioni e introduce strumenti investigativi più incisivi. Questa direttiva rappresenta un segnale culturale forte: i reati ambientali non vanno trattati come violazioni minori, ma come forme di criminalità grave.
Detto questo, il vero banco di prova sarà l’attuazione concreta della stessa. Il rischio è tuttavia quello di una conformità formale, ovvero buone norme sulla carta, senza il necessario rafforzamento a livello investigativo, di coordinamento e di rafforzamento delle capacità delle forze dell’ordine”.

L’UNICRI sta affrontando un tema complesso e articolato ovvero i crimini nella transizione ecologica, un report a livello globale, quali sono gli obiettivi principali di questo studio?
“L’obiettivo principale è quello di comprendere come processi di transizione ecologica, quali decarbonizzazione, energie rinnovabili, economia circolare, nuovi mercati verdi, possano generare nuove vulnerabilità criminali.
La transizione ecologica comporta incentivi, crea nuovi mercati, modifica filiere produttive e accelera investimenti pubblici e privati di grande portata. Tutto questo può aprire spazi a forme di illecito che devono ancora essere inquadrate e documentate nella loro dimensione effettiva. Pensiamo al commercio illegale di gas fluorurati, all’estrazione illegale e al traffico di minerali critici per le tecnologie energetiche, alle frodi nei mercati dei crediti di carbonio, o all’infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione dei rifiuti derivanti dalle nuove tecnologie — come i pannelli solari o le batterie a fine vita.
La ricerca che stiamo conducendo non mette in discussione la necessità della transizione (al contrario ne evidenzia la necessità), ma analizza i rischi che possono comprometterne l’efficacia. Se non si ha sufficiente conoscenza delle modalità attraverso le quali la criminalità trae vantaggio dalla transizione, il rischio è quello di costruire sistemi formalmente più “sostenibili” ma che in realtà sono esposti a nuove forme di abuso, opacità e disuguaglianza”.
Uno dei temi principali che si affronta in qualsiasi crimine ed anche nei traffici di rifiuti è la transnazionalità, quali possono essere le linee guida per affrontare questa tematica?
“La transnazionalità è oggi uno degli aspetti centrali dei reati ambientali. Molti di questi fenomeni non si esauriscono nel luogo in cui il danno si manifesta. Un rifiuto può essere prodotto in uno Stato, transitare attraverso un altro, essere falsamente classificato in un terzo e infine smaltito illegalmente altrove. Lo stesso vale per le materie prime, i prodotti chimici, i metalli, la fauna e flora selvatiche, il legname o altri beni ambientali. Per questo affrontare il problema richiede un cambio di passo.

Su questo punto, il nuovo studio Waste Crimes and Trafficking dell’Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine (UNODC), evidenzia come il traffico di rifiuti sia facilitato da lacune legislative, limitata capacità di enforcement, scarsa tracciabilità e sanzioni troppo basse rispetto ai profitti generati. Lo studio illustra anche le dinamiche attraverso le quali i trafficanti sfruttano le differenze tra ordinamenti per spostare i flussi verso le giurisdizioni più deboli.
I punti critici per contrastare il fenomeno sono, a mio avviso, i seguenti: in primis è necessario seguire la filiera nella sua interezza. Concentrarsi sul singolo episodio (spesso il punto in cui il reato si manifesta) significa colpire soltanto il livello più visibile e meno remunerativo della catena.
È necessario integrare le indagini ambientali con quelle finanziarie. I traffici generano profitto; bisogna seguire i soldi, le società coinvolte, i beneficiari effettivi, gli schemi di riciclaggio. Senza questo passaggio non si intacca la struttura economica del fenomeno.
È fondamentale rafforzare la cooperazione tra autorità diverse, polizia ambientale, dogane, autorità portuali, unità di analisi finanziaria e magistratura, sia a livello nazionale, sia internazionale. Serve un coordinamento stabile tra tutti gli attori del sistema di giustizia penale e di controllo.
Bisogna ridurre le asimmetrie normative. Le reti criminali sfruttano le differenze tra sistemi giuridici e capacità di enforcement. Dove le regole sono incoerenti o i controlli deboli si creano corridoi di rischio. Per questo l’armonizzazione su standard minimi comuni è fondamentale.
Infine, è necessario investire nella tracciabilità e nella qualità dei dati, ma senza pensare che la tecnologia sia sufficiente. Strumenti digitali, interoperabilità dei registri, analisi dei flussi commerciali e sistemi di allerta possono essere molto utili, ma devono essere collegati a capacità investigative reali, controlli sul campo e volontà politica.
A questo aggiungerei un punto spesso trascurato: il ruolo del giornalismo investigativo. Dalla nostra esperienza emerge chiaramente che i giornalisti possono mappare reti transnazionali in modo complementare alle autorità. Rafforzare questi collegamenti è parte integrante di una risposta efficace”.
Recentemente si discute molto del ruolo della Nazioni Unite, eppure credo che sia un’istituzione fondamentale per l’applicazione dello stato di diritto, come possono partecipare i cittadini alla sua applicazione?
“Questa domanda arriva in un momento in cui il sistema multilaterale è sotto pressione. Cresce la sfiducia nelle istituzioni internazionali e si riducono le risorse per la cooperazione globale.
Proprio per questo, le Nazioni Unite restano fondamentali: aiutano a costruire standard comuni e rendono possibile una cooperazione strutturata su problemi che nessun Paese può affrontare da solo. Questo vale in modo particolare per la criminalità ambientale.

Ma lo stato di diritto non vive solo nelle istituzioni. Vive anche nella cultura civica. I cittadini partecipano quando rifiutano l’idea che i reati ambientali siano secondari o tollerabili.
I cittadini possono contribuire informandosi, sostenendo il giornalismo investigativo, partecipando ai processi pubblici e chiedendo trasparenza e accountability. La nuova direttiva europea riconosce esplicitamente questo ruolo, estendendo protezioni anche a chi segnala reati ambientali.
Un recente rapporto UNEP classifica il giornalismo ambientale come una delle forme più pericolose di giornalismo. Eppure molti continuano a farlo, spesso con poche risorse. Sostenere questo lavoro è una forma concreta di partecipazione civica”.
L’ambiente è uno dei temi fondamentali per le Nazioni UNite e per UNICRI, anche qui ti chiedo quanto possono intervenire i cittadini e se possono fare la differenza per davvero su temi così complessi e transnazionali.
“Sì, i cittadini possono fare la differenza davvero, anche se non da soli.
In un momento di fragilità del sistema multilaterale, quando le istituzioni vengono indebolite dalla mancanza di una volontà comune di cooperare su questioni vitali per la comunità internazionale, i vuoti che si creano sono spesso riempiti dalla criminalità organizzata. È una dinamica che osserviamo frequentemente: laddove le istituzioni arretrano, il crimine avanza.
In questo contesto, il ruolo della società civile diventa ancora più importante. Spesso sono cittadini, giornalisti, ricercatori e comunità locali a far emergere per primi anomalie, danni ambientali e pratiche illecite.
In Italia abbiamo anche esempi molto concreti di cosa significa difendere la legalità ambientale. Ho avuto modo di visitare di recente il Museo delle vittime della mafia di Libera. È un luogo che restituisce nomi, volti, storie. E ci obbliga a non dimenticare che dietro ogni fenomeno criminale c’è sempre una dimensione umana, che non può essere ridotta a statistiche.
Penso a Roberto Mancini, che ha indagato per anni sui traffici di rifiuti tossici, arrivando a scavare con le proprie mani nei territori contaminati, e che ha pagato quel lavoro con la vita.

C’è poi un elemento cruciale: le transizioni ambientali funzionano meglio quando sono percepite come giuste, trasparenti e inclusive. Se invece cresce la sensazione che dietro il linguaggio della sostenibilità si nascondano opacità o nuove forme di abuso, aumenta la sfiducia. E una transizione segnata dalla sfiducia è anche più vulnerabile alle distorsioni criminali.
I cittadini non sostituiscono le istituzioni. Ma possono contribuire a creare il contesto in cui legalità, sostenibilità e giustizia diventano davvero parte della stessa agenda. I progetti guidati da UNICRI hanno contribuito a migliorare le politiche nazionali, le capacità degli attori deputati alla prevenzione e al contrasto, e le strategie di applicazione della legge in diversi Paesi. Questi risultati dimostrano il potenziale di un cambiamento concreto quando cooperazione internazionale e risorse dedicate vengono allineate nella lotta contro i crimini ambientali.


