Si apre in una nuova scheda
Scopri il nostro progetto che raccoglie inchieste e mappa il traffico dei rifiuti
Vai al sito
Scopri il nostro progetto che raccoglie inchieste e mappa il traffico dei rifiuti
Vai al sito

TURCHIA

La Turchia è diventata una delle destinazioni principali per il traffico illegale di rifiuti, in particolare plastica dall’UE, dal Regno Unito e dalla Germania, dopo il divieto cinese del 2018. Le importazioni sono aumentate da circa 22.000 tonnellate nel 2016 a oltre 447.000 tonnellate nel 2020, con scarichi e incendi illegali continui nonostante divieti parziali.

Preoccupazioni Principali: Evidenze indicano pratiche illegali diffuse, come l’etichettatura errata dei rifiuti come riciclabili, scarichi a cielo aperto su strade, campi e corsi d’acqua, e incendi non controllati che rilasciano tossine come diossine. Questo è legato al crimine organizzato che guadagna miliardi annualmente, sebbene le cifre esatte per la Turchia varino.

Impatti e Vulnerabilità: Ricerche indicano gravi rischi per la salute, come malattie respiratorie, cancro e problemi riproduttivi, che colpiscono sproporzionatamente rifugiati, bambini lavoratori e comunità a basso reddito in aree come Adana e Istanbul. L’inquinamento ambientale colpisce suolo, fiumi e aria, con un’applicazione limitata che aggrava il problema.

Risposte Governative e Internazionali: La Turchia ha tentato divieti (ad esempio su certi tipi di plastiche nel 2021), ma questi sono stati inconsistenti o revocati a causa di pressioni industriali. Le politiche dell’UE mirano a ridurre le esportazioni entro il 2026, ma persistono lacune; le evidenze inclinano verso la necessità di maggiore trasparenza e capacità di riciclaggio domestico per frenare il traffico.

A partire dall’inizio del 2025, le esportazioni continuano a livelli elevati (ad esempio 35,4 milioni di kg al mese dall’UE a metà 2024), con appelli per trattati globali per affrontare le cause profonde come la sovrapproduzione di plastica. Le controversie includono dibattiti sui benefici economici contro i costi umanitari, con alcuni stakeholder che sostengono che le importazioni supportino posti di lavoro, mentre altri ne evidenziano lo sfruttamento.

Il traffico illegale di rifiuti in Turchia coinvolge principalmente rifiuti plastici, ma si estende a rifiuti pericolosi ed elettronici, spesso provenienti da nazioni più ricche che cercano smaltimenti economici.

Dal divieto cinese del 2018 sulle plastiche, le importazioni della Turchia sono schizzate in alto, rendendola la principale destinazione non UE per tali rifiuti. Questo commercio, parzialmente legale sotto le regole OCSE, diventa spesso illegale attraverso dichiarazioni false, contaminazioni oltre i limiti e smaltimenti impropri. Organizzazioni come Greenpeace e Human Rights Watch hanno documentato evidenze di imballaggi dal Regno Unito e dalla Germania scaricati nel sud della Turchia, evidenziando un sistema sopraffatto da volumi che superano di gran lunga la capacità di processamento domestico – la Turchia ricicla solo circa l’1% dei suoi rifiuti annuali.

Il danno ambientale è l’inquinamento di terreni agricoli, fiumi e aria da scarichi e incendi, contribuendo ai rifiuti marini nel Mediterraneo. Gli effetti sulla salute sono ben documentati, con lavoratori e residenti che riportano asma, eruzioni cutanee e rischi a lungo termine come il cancro da esposizione a tossine. Socialmente, l’industria si basa su gruppi vulnerabili, inclusi rifugiati siriani e bambini, che affrontano condizioni pericolose senza protezioni. Economicamente, mentre alcuni sostengono che crea posti di lavoro, i profitti vanno in gran parte a intermediari, lasciando i lavoratori informali in povertà.

Le risposte della Turchia includono il Programma Zero Waste e tasse sui sacchetti di plastica che hanno ridotto alcuni dei rifiuti domestici, ma l’applicazione contro le importazioni è debole, con divieti spesso di breve durata. A livello internazionale, le politiche del Green Deal dell’UE cercano di eliminare gradualmente le esportazioni, ma i dati del 2023 mostrano 35,1 milioni di tonnellate esportate complessivamente.


Il traffico illegale di rifiuti in Turchia rappresenta un’intersezione complessa di dinamiche commerciali globali, fallimenti nelle politiche ambientali e preoccupazioni umanitarie, con i rifiuti plastici come esempio più prominente.

L’aumento del traffico illegale di rifiuti verso la Turchia può essere fatto risalire alla politica National Sword della Cina nel 2018, che ha vietato le importazioni di gran parte dei rifiuti plastici, reindirizzando i flussi globali verso paesi come la Turchia grazie alla sua vicinanza all’Europa, all’appartenenza all’OCSE e a un’applicazione delle leggi relativamente lassista. Prima di ciò, la Turchia importava quantità modeste – circa 22.000 tonnellate di rifiuti plastici dall’UE nel 2016. Nel 2020, questo era salito a 447.000 tonnellate, con il Regno Unito che aumentava da 12.000 a 210.000 tonnellate e la Germania da 6.700 a 136.000 tonnellate. Questa crescita rapida ha sopraffatto l’infrastruttura della Turchia, portando a pratiche illegali diffuse. Il traffico di rifiuti pericolosi, inclusi chimici ed e-waste, è stato anche evidenziato, con INTERPOL che stima profitti globali dal crimine organizzato da tali attività a 12,5-18,8 miliardi di dollari annuali, sebbene le cifre specifiche per la Turchia siano più difficili da quantificare a causa di un tracciamento opaco.

I meccanismi del traffico spesso coinvolgono l’etichettatura errata di rifiuti non riciclabili o contaminati come “riciclabili” per eludere le regole della Convenzione di Basilea, che richiedono un consenso informato preliminare per spedizioni pericolose. In Turchia, i riciclatori privati preferiscono rifiuti importati di qualità superiore rispetto a quelli domestici, aggravando le perdite. Ad esempio, indagini di Greenpeace nel 2021 hanno rivelato oltre 241 camion di plastica europea che arrivavano quotidianamente, gran parte dei quali finiva scaricata piuttosto che processata.

AnnoEsportazioni di Rifiuti Plastici dall’UE verso la Turchia (tonnellate)Esportazioni dal Regno Unito verso la Turchia (tonnellate)Esportazioni dalla Germania verso la Turchia (tonnellate)Eventi Chiave
201622.00012.0006.700Baseline pre-divieto cinese
2018~100.000 (stima post-divieto cinese)N/AN/AImplementazione del divieto cinese sulle importazioni
2020447.000210.000136.000Picco delle importazioni; Greenpeace espone scarichi
2023Parte dei 35,1 milioni di tonnellate totali esportate non UE dall’UEN/AN/AVolumi alti continui nonostante divieti
202435,4 milioni di kg/mese (picco a metà anno)N/AN/AEsportazioni equivalenti a 224 camion/giorno

Questa tabella illustra la crescita esponenziale, basata su dati Eurostat e UN Comtrade, evidenziando come le importazioni legali spesso mascherino attività illegali a valle.

Meccanismi e Parti Coinvolte

Le reti di traffico includono esportatori da paesi UE (ad esempio supermercati del Regno Unito come Tesco e Aldi, catene tedesche come REWE), compagnie di spedizione e importatori turchi che sfruttano lacune regolatorie. I rifiuti sono spediti via porti come quelli di Adana, poi distribuiti a strutture informali in regioni come il sud della Turchia e Istanbul. Il crimine organizzato gioca un ruolo, come notato dalle valutazioni UNODC, con documenti falsificati che permettono materiali pericolosi – come batterie, oli ed elettronica – di entrare camuffati da non pericolosi. Nella provincia di Adana, dieci siti sono stati documentati con plastica scaricata da test COVID-19, imballaggi alimentari e articoli di marca, spesso bruciati a cielo aperto, rilasciando diossine.

Le parti colpite si estendono oltre i criminali: i raccoglitori di rifiuti informali, che ammontano a circa 500.000 in Turchia, includono rifugiati siriani e migranti afghani che selezionano rifiuti senza DPI, guadagnando salari minimi (ad esempio 0,05-0,10 € per kg). Il lavoro minorile è prevalente, con casi di bambini di 9 anni che lavorano turni di 12 ore in violazione delle convenzioni ILO. I datori di lavoro spesso non registrano i lavoratori per la sicurezza sociale, negando l’accesso all’assistenza sanitaria.

Impatti Ambientali e Sanitari

Ambientalmente, gli scarichi illegali inquinano corsi d’acqua, terreni agricoli e il Mar Mediterraneo, dove la Turchia contribuisce 144 tonnellate di plastica al giorno. Gli incendi rilasciano tossine legate al cambiamento climatico tramite gas serra. Gli impatti sanitari sono gravi, come dettagliato nel rapporto di Human Rights Watch del 2022: lavoratori e residenti nell’Ova di Adana e nel Bayrampaşa di Istanbul affrontano problemi respiratori (ad esempio asma, BPCO), eruzioni cutanee, mal di testa e rischi a lungo termine come cancro e disturbi endocrini. I gruppi vulnerabili – bambini, donne incinte e anziani – sono colpiti più duramente, con l’inquinamento atmosferico globale da tali fonti che causa 6,7 milioni di morti nel 2019. In Turchia, le strutture violano regole di distanza (ad esempio 250 metri dalle scuole), con metà ad Adana troppo vicine, portando a lamentele comunitarie per odori che impediscono attività all’aperto.

Socialmente, il commercio converge con le politiche migratorie, sfruttando rifugiati in un “commercio mortale” come descritto nelle analisi MERIP. Le perdite economiche includono 95 milioni di dollari annuali in turismo e pesca da inquinamento nell’Anatolia orientale.

Categoria di ImpattoEffetti a Breve TermineEffetti a Lungo TermineGruppi Colpiti
AmbientaleInquinamento suolo/acqua, rifiuti mariniPerdita di biodiversità, degradazione ecosistemicaComunità costiere, agricoltori
SanitarioSintomi respiratori, eruzioni, mal di testaCancro, danni riproduttivi, malattie cronicheLavoratori, rifugiati, bambini, residenti
Sociale/EconomicoSfruttamento, bassi salariCicli di povertà, oneri sanitariMigranti, lavoratori informali

Questa tabella sintetizza gli impatti da multiple fonti, enfatizzando il danno multifattoriale.

Risposte Regolatorie e Sfide

Le risposte della Turchia includono il Regolamento Zero Waste del 2019, che impone certificazioni e tracciamento, e la tassa GEKAP sugli imballaggi per finanziare il riciclaggio. Una tassa sui sacchetti di plastica del 2019 ha ridotto l’uso del 77% (150.000 tonnellate in meno di plastica). Tuttavia, i divieti sulle importazioni – come quello del 2021 sui polimeri di etilene – sono stati revocati dopo lobby industriali, permettendo la ripresa. Il Piano Nazionale di Gestione dei Rifiuti (2016-2023) mirava al 35% di riciclaggio ma ha raggiunto solo il 12% di recupero municipale nel 2018. Le sfide includono ispezioni deboli (spesso preannunciate), corruzione (ad esempio strutture non autorizzate multate minimamente) e priorità alla crescita economica sull’ambiente sotto il regime attuale.

A livello internazionale, il Regolamento sulle Spedizioni di Rifiuti dell’UE pianifica divieti su esportazioni pericolose verso paesi non OCSE entro il 2026, ma lo status OCSE della Turchia crea lacune. Gli emendamenti sui Rifiuti Plastici della Convenzione di Basilea, non ancora ratificati dalla Turchia, potrebbero imporre controlli più stretti. UNEP e INTERPOL sostengono un migliore tracciamento, con eventi collaterali alle COP BRS del 2025 che si concentrano su “rendere visibile l’invisibile” nel traffico di rifiuti. Argomenti contrari suggeriscono che le importazioni potenzino l’economia della Turchia (ad esempio posti di lavoro nel riciclaggio), ma le evidenze inclinano verso un danno netto, con appelli per lo sviluppo di capacità domestiche.

Sviluppi Recenti e Prospettive Future

A novembre 2025, le tendenze indicano persistenza: le esportazioni UE verso la Turchia hanno raggiunto 35,4 milioni di kg mensili nel luglio 2024, nonostante la consapevolezza. Un op-ed di gennaio 2025 ha evidenziato scarichi continui, senza grandi cambiamenti politici riportati. Il crimine dei rifiuti UE più ampio, del valore di 9,5 miliardi di euro, include casi in Romania e nel Regno Unito, potenzialmente legati a reti turche. Discussioni sui social media su X (ex Twitter) nel 2025 toccano questioni correlate come salvataggi di animali da siti di rifiuti, sottolineando la visibilità.

Le vie future includono la ratifica degli emendamenti di Basilea, audit UE migliorati e la negoziazione di un trattato globale sulla plastica per limitare la produzione. Investimenti nei 665 siti di riciclaggio autorizzati della Turchia potrebbero ridurre la dipendenza dalle importazioni, ma senza affrontare la corruzione e la trasparenza, i problemi persisteranno.

Ultime news sulla rotta TURCHIA

Newsletter

Il Centro Studi Ecoreati è parte della Fondazione Santa Chiara.
Portiamo avanti ricerche, inchieste, analisi, proposte sul fenomeno dei reati ambientali e la criminalità legata ad essi.

RIMANI SEMPRE AGGIORNATO SULLE NOSTRE ATTIVITA’ CON LA NEWSLETTER