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THAILANDIA

La situazione del traffico illecito di rifiuti in Thailandia è il risultato di un intreccio complesso di dinamiche economiche globali, debolezze normative e pressioni ambientali.

Dopo che la Cina ha chiuso le porte all’importazione di rifiuti stranieri nel 2018, una parte significativa dei flussi internazionali di plastica, scarti elettronici e materiali non riciclabili ha iniziato a spostarsi verso il Sud-Est asiatico, trovando in Thailandia uno dei punti di ingresso più rilevanti. Le aziende straniere, spesso attraverso intermediari, sfruttano zone industriali e porti locali per far entrare carichi dichiarati come “materiale riciclabile”, ma di fatto composti in larga parte da rifiuti contaminati e non trattabili.

Il paese, dotato di normative ambientali ma con controlli storicamente irregolari, si è ritrovato con un aumento improvviso di container provenienti soprattutto da Stati Uniti, Giappone, Europa e altri paesi industrializzati. Le autorità doganali e ambientali hanno più volte scoperto documentazione falsificata, impianti di riciclo usati come copertura e siti non autorizzati in cui i rifiuti vengono bruciati o abbandonati, contaminando aria e falde acquifere. In diverse province, in particolare attorno a Bangkok e nelle aree industriali della Chonburi Province, comunità locali hanno denunciato fumi tossici e odori persistenti legati allo smaltimento irregolare.

Il traffico illecito prospera anche grazie alla complicità di reti criminali che organizzano il trasporto via mare, gestiscono la logistica interna e corrompono funzionari per facilitare l’ingresso dei carichi. La redditizia industria dello smaltimento clandestino ha attirato gruppi capaci di muoversi rapidamente tra lacune legali, autorizzazioni temporanee e cambiamenti normativi. Alcune fabbriche nate dichiaratamente per il riciclo sono state scoperte mentre accumulavano tonnellate di materiale che non veniva realmente trattato, ma lasciato all’aperto o smaltito illegalmente.

Flussi rifiuti plastici

Negli ultimi anni il governo thailandese ha reagito introducendo restrizioni progressivamente più rigide alle importazioni di rifiuti plastici e imponendo maggiori controlli sulle spedizioni internazionali. Le autorità hanno chiuso diversi impianti irregolari, sequestrato carichi illegali e annunciato l’intenzione di vietare completamente l’importazione di rifiuti plastici. Tuttavia, la domanda interna di materiali riciclati e la capacità di profitto del traffico illecito rendono la questione ancora aperta. Nonostante i progressi, il paese continua a essere un nodo vulnerabile della geografia globale dei rifiuti, e il contrasto richiede un equilibrio delicato tra sviluppo industriale, controllo del crimine organizzato e tutela delle comunità locali.

I flussi di rifiuti plastici verso la Thailandia sono diventati uno dei fenomeni più evidenti del traffico illecito di scarti nel Sud-Est asiatico. Dal 2018 la Thailandia si è trovata improvvisamente a ricevere navi cariche di balle di plastica mista: materiali dichiarati come riciclabili ma, nella realtà, spesso contaminati, sporchi o mescolati a componenti non trattabili. Gran parte di questi arrivi proveniva da Stati Uniti, Giappone e Unione Europea, con spedizioni che sfruttavano falle burocratiche e dichiarazioni doganali studiate per non destare sospetti.

Il settore del riciclo locale, pur essendo esteso, non era strutturato per gestire volumi così elevati di plastica estera. Molti impianti, nati formalmente come centri di recupero, hanno iniziato a usare le importazioni come fonte di profitto immediato, accettando materiale a basso costo senza disporre delle tecnologie per separarlo o pulirlo adeguatamente. È in questo contesto che i flussi legali e quelli illegali hanno iniziato a sovrapporsi: container dichiarati come contenenti polimeri riciclabili venivano trovati carichi di rifiuti misti, mentre fabbriche senza autorizzazioni operavano sotto nomi fittizi, bruciando o accumulando plastica impossibile da processare.

Le province industriali attorno a Bangkok, come Chachoengsao, Chonburi e Samut Prakan, sono diventate nodi cruciali di questi traffici. Qui la presenza di porti, infrastrutture logistiche e magazzini ha facilitato l’ingresso dei container e il loro rapido smistamento verso siti ufficiali e non. Nelle comunità vicine agli impianti irregolari, le persone hanno riportato odori acri e nubi persistenti generate dalla combustione a cielo aperto, una pratica utilizzata per ridurre i volumi di plastica non trattabile e liberare spazio per nuovi arrivi.

Punti critici: porti e centri di riciclo

  • Porto di Laem Chabang: spesso indicato come nodo di ingresso di container sospetti.
  • Samut Prakan, Chachoengsao, Rayong: molte operazioni di polizia hanno chiuso fabbriche dove venivano trattati illegalmente rifiuti stranieri.
  • Bangkok e hinterland: presenza di hub logistici usati per il transito e lo smistamento.

Misure adottate

Le autorità thailandesi, consapevoli dell’ondata di proteste ambientali, hanno intensificato i controlli e progressivamente ristretto le norme. Dopo avere inizialmente limitato le quantità importabili, hanno annunciato un divieto totale delle importazioni di plastica a partire dal 2025, con misure intermedie per ridurre progressivamente i volumi. Nonostante questi interventi, i flussi illegali non si sono completamente arrestati: la combinazione di alti profitti e controlli spesso disomogenei mantiene aperti canali clandestini, e alcuni operatori sfruttano rotte transnazionali complesse, facendo passare i carichi da altri paesi del Sud-Est asiatico per “ripulire” la documentazione.

L’evoluzione recente mostra un paese impegnato a liberarsi dall’immagine di discarica globale, ma ancora intrappolato in una rete di interessi industriali, pressioni internazionali e attività criminali che si alimentano proprio della difficoltà di distinguere tra plastica riciclabile genuina e rifiuti travestiti da materiali di recupero.

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