TUNISIA
La Tunisia, come altri paesi del Nord Africa e del Sud del Mediterraneo, è spesso vista da organizzazioni criminali o da operatori senza scrupoli come possibile “destinazione” per rifiuti importati da paesi europei. Si tratta di un fenomeno di “dumping ambientale” (export di rifiuti verso paesi con standard di controllo/differenziata più deboli). Il traffico illecito e l’importazione di rifiuti pericolosi sono formalmente vietati in Africa secondo la Bamako Convention, ratificata anche dalla Tunisia. Nonostante ciò, le disparità normative, eventuali collusioni istituzionali, l’uso di codici falsi o dichiarazioni ingannevoli, e il costo relativamente basso per gestire o abbandonare i rifiuti, rendono il traffico illecito un’opzione ricercata da criminali o operatori collusi.
Il caso Italia – Tunisia
Negli ultimi anni emergono alcuni casi molto documentati. Un’indagine partita in Italia (Procura di Potenza) ha portato alla scoperta di un traffico illecito di rifiuti speciali tra la regione Campania (Italia) e la Tunisia. Tra 2020 e 2024, circa 7.891 tonnellate di rifiuti furono spedite in Tunisia in 70 container.
Il meccanismo prevedeva un contratto (firmato nel 2019) tra una società campana e una società tunisina, con intermediari, in apparenza per gestire rifiuti come plastica o materiali riciclabili. In realtà, molti carichi contenevano rifiuti misti, domestici o pericolosi, non conformi a quanto dichiarato. Alcuni dei container erano destinati ad essere “smaltiti” in Tunisia, ma parte dei rifiuti sono stati poi incendiati e abbandonati ricorrendo a discariche abusive o procedure fittizie. L’inchiesta ha portato a decine di indagati, tra imprenditori, società di intermediazione, funzionari pubblici. Sono state emesse misure cautelari (arresti domiciliari, sequestri di aziende e beni) e sono stati bloccati container in Tunisia (porto di Sousse) e in Italia.

Impatti ambientali, sociali e istituzionali
La vicenda ha causato uno scandalo che ha coinvolto anche alte cariche politiche: sotto inchiesta è finito anche l’ ex ministro dell’Ambiente tunisino. Allo stesso tempo l’azione della società civile e di attivisti ambientali in Tunisia, in collaborazione anche con le istituzioni giudiziarie, ha dimostrato che è possibile contrastare queste pratiche, far emergere le collusioni e restituire almeno in parte i rifiuti ai paesi produttori. Nel 2025 un’importante attivista tunisina, Semia Gharbi, è stata premiata nel 2025 (Goldman Environmental Prize) per aver contribuito a fare luce sullo scandalo. Sul piano geopolitico e normativo, casi come questi rafforzano la necessità di maggiore trasparenza, controlli alle frontiere, tracciabilità e cooperazione internazionale per prevenire il “dumping ambientale”.
Criticità e limiti attuali
Nonostante lo scandalo del traffico che ha coinvolto la Campania, secondo attivisti tunisini molte importazioni sospette continuano, specie nel caso di rifiuti second-hand, tessili o vestiti usati: abiti non riutilizzabili, con residui plastici, che vengono abbandonati o smaltiti illegalmente. Il traffico potrebbe sfuggire ai controlli grazie a dichiarazioni fraudolente, falsi codici di imballaggio, uso di intermediari fittizi. Spesso i carichi dichiarati come “plastica da riciclo” o “vestiti usati” nascondono rifiuti pericolosi o non recuperabili. Il sistema di smaltimento in Tunisia ha punti deboli: secondo un’analisi condotta da agenzie internazionali, il Paese deve rafforzare la capacità delle imprese autorizzate, migliorare il tracciamento dei flussi di rifiuti, lo stoccaggio e il trattamento sicuro.
Un problema complesso, ma con segni di speranza
La vicenda del 2020–2022 (container dall’Italia a Tunisia) ha avuto ampia eco, suscitato mobilitazione sociale e portato a riforme normative — ad esempio, rafforzamento delle normative sull’esportazione dei rifiuti da parte dell’European Union: nuove regole per proibire l’export di plastica fuori dalla UE, migliorare la tracciabilità e inasprire le pene per traffici illeciti.
Attivisti e ONG tunisine continuano a denunciare casi di “waste colonialism”: importazioni sospette di rifiuti, abbandono di materiali nelle campagne o in discariche abusive — spesso tessili, plastica, rifiuti domestici — chiedendo interventi più decisi da parte dello Stato.
Parallelamente, ci sono sforzi istituzionali e internazionali per migliorare la gestione dei rifiuti in Tunisia: piani per modernizzazione della raccolta e del trattamento, sviluppo di infrastrutture per smaltimento corretto o per economia circolare.

Casi e segnali più recenti
Di seguito segnali recenti che mostrano la persistenza del fenomeno:
Rifiuti tessili dall’Italia alla Tunisia (denuncia 2025)
Nel novembre 2025, l’attivista tunisino Mejdi Karbai ha denunciato pubblicamente la persistenza di pratiche illegali legate all’importazione e allo smaltimento di rifiuti tessili provenienti dall’Italia, con abiti usati non riutilizzabili che finiscono in discariche o vengono bruciati, e una sostanziale inerzia delle autorità tunisine.
Crimini ambientali legati ai rifiuti industriali (es. Golfo di Gabès)
Diversi studi e rapporti descrivono scarichi industriali illegali e rifiuti tossici nel Golfo di Gabès, con impatti gravissimi su ecosistemi e salute.
Si tratta però più di inquinamento industriale interno che di traffico transfrontaliero di rifiuti; alcune di queste pratiche sono definite “crimini ambientali”, con azioni in corso da parte di movimenti come Stop Pollution e procedimenti amministrativi/giudiziari.
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